Category Archives: Amore e libertà

L’uomo tra patria ed esilio

 

La mia patria è nella mia sete d’amore” (PierPaolo Pasolini)

L’uomo è nel mezzo tra patria ed esilio e non esiste paese natio che possa soddisfare appieno il suo desiderio di patria: abbiamo tutti sempre nostalgia di qualcosa che ci faccia provare un’intimità, una sicurezza e un amore assoluti. La patria ha a che fare con le esperienze infantili, con la nostra entrata nel mondo, e sono davvero pochi quelli che, interrogati, non parlano del luogo dove sono nati e cresciuti e dove hanno trascorso almeno una parte considerevole dell’infanzia. La patria in questo senso va vista come il luogo in cui, inizialmente, usciti dall’utero s’incontra il mondo esterno. La famiglia-patria come il luogo delle esperienze primarie ha quindi il sapore di un paradiso perduto.

Frontiere, emigrazione, esilio, radici. “Non c’è nazione che mi reclami”, scrive Samira Negrouche, e nelle sue pagine si mescolano immagini di metropoli occidentali e deserti africani – “la periferia è un frastuono di dune”: qui l’immaginazione lavora al confine
fra i luoghi della prima infanzia e quelli di età adulta, si nutre della loro mescolanza, producendo innesti familiari sorprendenti, e significativi cortocircuiti.

L’archetipo dell’esule è carico di ambivalenza. Separato, lontano dal luogo dell’innocenza perduta, in uno spazio lontano dalla famiglia, immaginaria condizione paradisiaca, diventa territorio di sofferenza, di catarsi che spingono a fuggire via.
Per tentare una risposta occorre partire da molto lontano. Partire dalla crisi di quell’orizzonte di valori, quella rete di certezze metafisiche, religiose, morali, quelle “grandi narrazioni”, spesso silenti e cariche di segreti, che caratterizzano la “famiglia” e che trasmettono mali fisici e dell’anima, che sempre più necessitano essere visti e guariti. Riannodare lo strappo di quell’unica, salda radice che ci lega a un territorio-utero dove abbiamo scelto di nascere.

Ricordare il taglio del cordone ombelicale, la prima simbolica “radice” ad essere recisa,  doloroso eppure carico di speranza e futuro. Una visione occidentale traumatica la nostra perchè  di appartenenza stretta a un territorio o a uno spirito di matrice cristiana. A differenza di altre culture come quella ebraica, fondata sul mito dell’erranza interminabile, dell’esodo, del vagare portando con sé le proprie inquiete radici, noi non abbiamo un Abramo che abbandona patria, casa, greggi, diretto chissà dove. Il nostro Ulisse compie un viaggio lungo, avventuroso, per poi fare ritorno alle radici, per ritrovare casa, patria, isola.

Per noi l’erranza è solo una fase iniziatica per riapprodare sul suolo solido dell’appartenenza, fortificati della lotta. Perchè la distanza dal luogo di origine, il taglio delle radici, il rifiuto di un’appartenenza sicura non è altro che una sfida. Perché “il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima
umana” ed è uno dei più difficili da definire. Un essere umano ha una radice grazie alla sua partecipazione reale, attiva, naturale all’esistenza di una collettività familiare.

Tagliare le radici, significa recidere un legame vitale, perchè la casa è una delle incarnazioni della propria dimora. La nostra prima casa è il grembo materno con i suoi misteri dove già sono depositati i riti sacri delle relazioni familiari e della collettività alla quale apparteniamo, l’unione tra i nostri genitori ma anche la solitudine e la nudità.

Tutto ci riporta a questa prima patria, a questa esperienza di centro vitale,  e possiamo rimanere bloccati al suo interno o possiamo confinarci per scelta; ed è per questo che possiamo decidere che un taglio, o un distacco sono necessari, ma lo sradicamento non elaborato ci conferisce la più perfetta delle radici.

Fuggire verso una “terra di nessuno”, vivere lo “strappo” delle radici, talvolta “recise” con un taglio netto, pronti ad accettare l’essere stranieri all’interno anche del proprio nucleo originario. Non si può risolvere il conflitto tra bisogno di fedeltà e desiderio di tradimento, occorre accettarlo. Si resta presi in questo duplice movimento, l’attrazione/resistenza verso il luogo d’origine. Il bisogno di appartenere, far ritorno alle radici, ricercare l’origine e al tempo stesso il desiderio di andare, partire verso il mondo, volgersi al futuro.

Ecco quindi che l’esilio, l’esperienza dell’altrove, anche se ci appare dunque necessaria, acquista una condizione di marginalità, e può trasformarsi da confine in soglia, solo la linea di demarcazione fra spazi diversi, diventa anche luogo dove si genera il mutamento e sorgono nuovi significati. Confine dunque come sorgente di senso, possibilità di uno sguardo nuovo per lo sviluppo del Sè.

L’allontanamento non è più esilio ma frontiera, è un’esperienza che produce conoscenza, getta una luce inedita sulle cose, una luce aurorale che prelude alla metamorfosi. E’ un regalo ai posteri perchè recuperare chi è rimasto fuori, ai margini, anche se esperienza scandalosa e dolorosa, è una frattura da ricomporre, una ferita da rimarginare.

“Il ritorno è una possibilità pressoché impossibile. Se un ritornare sarà fatto, sarà tramite la memoria alla ricerca di un paesaggio dell’anima”. La memoria dell’anima che resterà la “sola zolla possibile” dove affondare radici. Non c’è ritorno possibile, recupero del passato nel suo antico splendore, se non attraverso il viaggio sofferto e difficile dentro il “non detto familiare” che riconduca alla “terra dimenticata”, la “terra d’oblio”, dove ogni sogno di ritorno resta/natomorto fino a quando non gli diamo voce. L’ unico ritorno possibile avviene dunque grazie alla memoria. Il ricordo, col suo lavorìo di trasfigurazione e di ri-creazione, non è che il riconoscimento della malinconia dell’esilio.

Oggi è possibile parlare di radici doppie, o molteplici, che si nutrono di mescolanza e ibridazione fra nuclei che portano nella memoria sempre più spesso civiltà e culture diverse, lingue e dialetti diversi tra loro. Non si tratta solo di radici biologiche, ma anche di radici simboliche, radici di senso. Se è vero che non esiste una mappa che possa ricondurci verso il luogo “originario”, alla quale brama la nostra anima immortale che non è totalmente di questa terra , è possibile però riacquistare una mappa attraverso conversazioni, indagini sociogenogramma,  intorno a una lista dimenticata di irrecuperabili aspetti di sé e delle proprie radici.

Le ferite, le cicatrici, si rivelano una porta. E proprio la perdita, lo “stato di orfanità”, la mancanza di riparo, aprono una nuova dimensione conoscitiva, fanno emergere un nucleo di necessità: mantengono in uno stato di vigilanza estrema, di allerta, spingono a ripensare di continuo la propria storia – per rimetterne insieme i brandelli, per ricucirne gli strappi.

Dunque la patria da abitare non sarà più avvertita dall’inconscio come un luogo con precise coordinate geografiche, ma solo un luogo della mente. Sarà casa la parola poetica capace di creare nuovi mondi, di dischiudere nuovi orizzonti. Sarà l’abitazione più autentica, quella che consente di raccogliersi nell’essenziale, di dimorare al sicuro, recuperando le radici e sanando i vissuti familiari. Sarà dimora di una rete di relazioni da ri-costruire,  che possono dunque restituire la famiglia al suo ruolo privilegiato, farne davvero un “crocevia di genti”, dove non si è più stranieri, ma dove pur convivendo drammi e gioie, si può essere se stessi e diventare ciò che si desidera, perchè le radici ora possono affondare in un terreno buono e materno e stimolare alla prefigurazione di una nuova realtà.

Può accadere, è accaduto, si deve lavorare perché accada ancora!

Grazie

Elisabetta Adele

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più 

Pier Paolo Pasolini Dov’è la mia patria Accademiuta 1949

Samira Negrouche L’ opéra cosmica Algieri 2003

Carl G. Jung Gli archetipi dell’inconscio collettivo Bollati Boringhieri 1977

Edward W. Said Riflessioni sull’esilio Granta 1984

Vuoi organizzare un gruppo con me di Costellazioni familiari, o contattarmi per sedute individuali di Costellazioni e Theta Healing?

Messaggiami allo 347 5545941

 

 

 

All’altezza delle aspettative

Vivere agendo per contrastare ciò che gli altri si aspettano da te,

anche quando credi di farlo per liberarti delle loro aspettative,

ti rende due volte schiavo e la tua riuscita di apparente liberazione, rischia di essere una magra soddisfazione.

Gli occhi che contano sono solo e soltanto i tuoi…

Soprattutto quando sai chiuderli per spalancare quello interiore.

SaraMaite

#costellazionifamiliari

http://www.naturenatura.com

Sara Maite Girardi cell. 393 1159019

Per gruppo o consulenza individuale

Nevrosi di classe: identità ereditata

Le nevrosi  più terribili e incurabili sono dovute al sentimento primo, quello di non essere accolti nel mondo con amore” (Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane)

La lotta di classe, pur non immaginandola come la forza motrice che le attribuisce il marxismo, è in ogni caso una realtà. E lo è proprio perché il ricordo delle passate battaglie sociali sono ancora tessere molto vive nelle generazioni presenti, anche quando questi rapporti hanno ormai smussato violenze e hanno assunto nature diverse.

Il sociologo clinico Vincent De Gauléjac parlando di “lotta per i primi posti”, definisce le nevrosi collegate all’insieme di rivendicazioni individuali e di determinismi collettivi registrati nell’inconscio attraverso le trasmissioni generazionali, come “un conflitto psichico senza causa organica, i cui sintomi sono l’espressione simbolica di una contesa che ha le sue radici nella storia del soggetto è che costituisce un compromesso tra il desiderio e la difesa”.

La continua doppia costrizione degli uomini della società moderna, presi tra i fuochi del bisogno di lealtà socio-familiare da un lato e della volontà di realizzazione personale per se stessi e per i loro discendenti dall’altro, è un potente motore di patologie di tipo nevrotico transgenerazionale.

Questo perché nonostante ognuno di noi abbia una propria irriducibile specificità, siamo ugualmente dipendenti dall’ambiente sociale a cui apparteniamo e dove ci sviluppiamo. La famiglia con il suo capitale culturale, economico, simbolico, di sistemi di valori e di modalità educative, influisce ineluttabilmente sul divenire degli individui, sia sotto l’aspetto dell’integrazione sociale, che nel percorso di studi, non tralasciando nemmeno la vita affettiva e sessuale.

I genitori pur coltivando per i figli un “progetto parentale” che consiste nel miglioramento sociale, dall’altra parte trasmettono la lealtà alla tradizione familiare: quindi la classe sociale di appartenenza si scontra con il desiderio di avanzamento e con l’ingresso in una classe superiore.

Questa contraddizione in termini collettivi può avere conseguenze inaspettate per quanto riguarda la problematica di tipo transgenerazionale, in particolare se il fallimento di un tentativo di progresso sociale viene vissuto come un’umiliazione non solo personale  ma anche della comunità , divenendo una “impasse genealogica” o segreto familiare, che può provocare fallimenti, soprattutto personali, di intere generazioni.

Il “non detto”  porta una persona a ritrovarsi bloccata in parti di se stessa identificate inconsciamente con gli antenati, ma che rifiuta perché collegate ad emozioni negative o a situazioni indesiderabili, con in aggiunta una lealtà familiare invisibile che impedisce di liberarsene.

Alla base oggi di molte crisi nevrotiche di immobilità sociale, c’è il divario tra l’identità acquisita, cioè la nostra origine sociale e la posizione sociale dei nostri genitori, e quella sperata, cioè il posto che sogniamo di occupare. Ad esempio se un bambino da piccolo aveva genitori che erano domestici, o portieri, o contadini, o operai e crescendo li ha visti umiliati o sottoposti ad altri, la sua immagine di famiglia ideale verrà completamente cancellata e di conseguenza se, da adulto ricoprirà una qualsiasi posizione dirigenziale, vivrà presumibilmente all’interno di se stesso un profondo conflitto,  nonostante il progetto parentale volesse  la sua promozione sociale per evitare al figlio le medesime umiliazioni.

Non dimentichiamo che fino a non molto tempo fa la mobilità sociale era molto scarsa e i concetti di continuità e di trasmissione erano iscritti nella struttura della società cosicché era probabile che i figli seguissero le orme dei genitori. Oggi in contrapposizione  si assiste a una crescita dell’individualismo dove l'”io” è divenuto un pesante fardello, perché non si tratta più di inserirsi in una linea familiare per fare quello che facevano i genitori, ma di diventare autonomi, costruirsi e assumersi la responsabilità di se stessi.

La mobilità sociale è ineluttabilmente in crescita, ma l’identità ereditata rimane un fattore sociologico importante per capire la base del destino individuale, la maggiore o minore attitudine o aspirazione a occupare un determinato posto nella società. E ugualmente gli stessi fratelli possono avere destini diversi e occupare posti diversi, anche se provengono dallo stesso clan, perché oltre al determinismo sociale, il romanzo familiare che ognuno di noi assimila, ha una notevole importanza e viene recepito assieme ad altre varianti trans generazionali.

Rifacendoci a un concetto elaborato da Freud che sottolineava come i bambini adottati si costruivano dei fantasmi circa le loro origini, per correggere la realtà, idealizzando la famiglia originaria per sopportare meglio quella di adozione; nel medesimo modo all’interno delle famiglie vengono da generazioni messi in scena i cosidetti “romanzi familiari “, con fiabe piene di bambini in cerca di origini, in genere nobili, che tracciano scenari senza nessuna oggettività. E se da un lato, in particolari contesti di ricorrenze e feste familiari, dove la dimensione del racconto si mescola a quella inconscia con lo scopo di trasmettere o nascondere verità scomode alle nuove generazioni, spuntano nelle conversazioni familiari racconti quali “Un tempo eravamo molto ricchi, poi le cose sono andate male….”, dall’altro i veri segreti di famiglia che bussano prepotentemente alla memoria del clan, hanno un peso enorme.

Portare con sé il fantasma di una diversa origine sociale è più diffuso in alcune classi che in altre, per questo nel romanzo familiare lo scenario più comune è la ricerca di un’origine familiare prestigiosa, dato che avere una posizione sociale più elevata apre spesso delle prospettive liberanti, ma acquisisce anche una forte ambivalenza perché nasconde un risentimento, un senso di vergogna, un desiderio di vendetta, o addirittura un odio di classe inconfessato, che attraversa varie generazioni.

Il legame tra sociale e affettivo è una delle forze motrici del conflitto e della nevrosi. E non è mai una semplice ripetizione, perché ciò che si ripete da una generazione all’altra sono le contraddizioni o i conflitti  irrisolti dei genitori, ma non si ripetono mai allo stesso modo perché lo scenario cambia, il contesto sociale cambia ed il lavoro dell’ individuo sulla sua storia è cambiato. Qualsiasi segreto condiziona comunque ogni tipo di scelta, anche quelle affettive. E anche se in apparenza i protagonisti vivono una storia d’amore, la spinta può arrivare dalle rispettive famiglie. Non è un caso il proverbio che cita “donne e buoi dei paesi tuoi”.

La scelta di un partner è nello stesso tempo affettiva, sessuale e sociale. Se al “cuor non si comanda”, la ragione però sa benissimo la posizione sociale della persona verso il quale il cuore batte. E in un matrimonio le differenze di classe sono terribili, ma le possibilità sono molteplici, perché una famiglia è sempre formata da due linee di discendenza che derivano da altre quattro, e inoltre la famiglia non è stabile. Con ogni generazione si riproduce ma anche si trasforma. È il figlio che crea la famiglia, non la coppia. E siccome riceviamo questa eredità alla nascita, se i genitori hanno interiorizzato un sentimento di vergogna legato a umiliazioni e non sono riusciti a liberarsene, il figlio ne verrà marchiato, ma non sarà condannato a ripetere quel sentimento.

La vergogna è sempre indissociabile dal segreto di famiglia e così i discendenti continuano da una parte a mantenerlo per lealtà, mentre dall’altra sentono il bisogno di liberarsene per alleggerire la carica affettiva legata al disonore e alla colpa. Eppure c’è una differenza tra colpa e vergogna, la prima é legata a qualcosa di proibito che facciamo, la seconda è legata a qualcosa che siamo ed ha una impronta fortemente narcisistica e altrettanto fortemente sociale.

Liberarsi dai sensi di inesattezza legati alle nevrosi di classe è comunque possibile perché qualsiasi conflitto si trasforma in nevrosi solo se non viene risolto. L’individuo ha sempre una parte di libertà e può diventare qualcosa di diverso da quello che avrebbe dovuto diventare, perché i determinismi sociali non funzionano meccanicamente e quello che noi definiamo “il nostro romanzo familiare”, se lo leggiamo, è qualcosa che ci può condizionare solo a metà.

Grazie

Elisabetta Adele

elisabetta.ziliotto@yahoo.it

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più 

V. de Gauléjac La nevrose de classe Hommes et Group, Paris 1987

V. de Gauléjac L’histoire en héritag Desclée de Brouwer, Paris 1999

J.E. Young, J.S. Klosko Reinventa la tua vita, Mondolibri, Milano 2005

Vuoi organizzare un gruppo con me o contattarmi per sedute individuali di Costellazioni Familiari e di Theta Healing?

Messaggiami al 347 5545941

Elisabetta Adele Ziliotto

 

La realtà della memoria

La grande dea Mnemosine è terreno cosmico di auto-richiamo che, come fonte eterna non cessa mai di sgorgare e porta alla luce immagini mitopoietiche che risvegliate, ci riuniscono ai nostri antenati.

Quando parliamo di memoria non possiamo che parlare di Tempo, perché è la radice più profonda della soggettività, della memoria, dell’essere persona e risiede nel percorso che la materia di cui siamo fatti lascia dietro di sé e che la identifica sempre nonostante i cambiamenti che subisce.

Il tempo è la forma essenziale della vita che sorge e tramonta, e anche quando tutta la nostra famiglia non sarà più vivente, possiamo tranquillamente affermare che continua a perpetuarsi in noi come potente essenza del nostro Albero genealogico, sotto forma di qualità, ma anche di patologie, che solo una lucida indagine a ritroso può disinnescare.

Tutti sappiamo che siamo un prodotto della famiglia, eppure il più delle volte ci sforziamo di capire solo il legame che abbiamo con i nostri genitori, fratelli e tutt’al più con dei nonni se vivono con noi. Ma come è possibile capire il rapporto con nostra madre senza evocare la sua storia con suo nonno, bisnonno, ecc? Questi sono i silenziosi padroni di un fato che non abbiamo mai conosciuto.

L’ idea che il nostro destino possa essere concretamente determinato dalla storia psicologica delle generazioni precedenti è però molto antica: lo attestano tutte le terapie arcaiche inventate dall’ uomo, da quella cinese a quella africana, che a differenza di quella occidentale, hanno sempre considerato la malattia nel suo contesto genealogico.

Tutti proveniamo da almeno un istante d’amore tra un uomo e una donna, ma i nostri genitori erano consapevoli della quantità di problemi che si preparavano a trasmetterci?

Se il medico occidentale ha sempre risposto “scientificamente” a malattie quali gastriti, epatite o altro, ricercando le cause in virus o cibi avariati, i guaritori tibetani, cinesi o gli yoruba sanno bene che la legge della genealogia e il rapporto con gli avi, determinano in ampia misura i legami, i diritti, i doveri e le identità che strutturano l’ individuo all’ interno della sua cultura e della sua storia personale. E di conseguenza forniscono risposte atte a ristabilire l’ ordine delle cose, sul piano cosmico, restituendo dignità ai dimenticati e agli esclusi.

Tutti siamo il prodotto di un lignaggio e ogni volta che affrontiamo un disagio dobbiamo interrogarci non solo sulla modalità il come, e sulla localizzazione spaziale il dove, ma soprattutto sulla localizzazione temporale il quando. Perché è il quando che apre la strada alla sorgente del conflitto emozionale, il perché.

Il perché è sempre localizzato in un punto del tempo, recente o remoto, dove siamo stati esposti in modo diretto (la nostra storia biografica) o indiretto (la nostra storia familiare) ad un’ esperienza traumatica. Questo spiega perché molto spesso la mente non è in grado di trovare la giusta connessione tra malessere corporeo o psichico e conflitto a monte.

Il nostro inconscio, che per Jung non è solo l’ombra, ma una prodigiosa riserva di energia creativa, ci “prende in giro” attraverso i nostri antenati. Ognuno di noi applica in tutti i momenti della vita delle memorie che non conosce, che non vede e quindi che non comprende nella realtà di ciò che sta succedendo.

Lo studioso francese Jean Claude Badard distingue il conflitto in programmante, cioè il primo incontro con il problema e scatenante la riesposizione al problema, che determina l’ esordio di una malattia o di un comportamento particolare.

Il divario tra realtà e verità è la misura della nostra malattia. Se noi riportiamo la nostra verità personale di fronte alla nostra realtà della memoria, e le sovrapponiamo, allora guariamo.

Se ha un senso la lettura psicogenealogica degli eventi familiari e credo fermamente che lo abbia, ciò presuppone l’esistenza di un inconscio che viene trasmesso attraverso il patrimonio genetico con la persistenza di sequenze emozionali inconcluse.

Il corpo è la sede dell’ inconscio e di conseguenza i messaggi appropriati, che analizzano la nostra biografia transgenerazionale, possono favorire la liberazione delle energie bloccate e, attraverso la “messa in scena”, spezzare il cerchio infernale delle ripetizioni.

Alcune persone cercano di liberarsi della famiglia con la fuga perché la sentono come un pericolo mortale, come se la storia della loro ascendenza fosse una maledizione. Può darsi che il pericolo non sia pura fantasia, ma fuggire non serve, dato che ovunque noi andremo, la storia familiare ci seguirà e ci condurrà continuamente a ripetere gli stessi scenari, benché non decisi da noi, per disinnescare i nostri ancoraggi transgenici logici negativi.

Ovunque siete, portate con voi la vostra famiglia. Beneditela, ma liberatevene!

Grazie

Elisabetta Adele 

elisabetta.ziliotto@yahoo.it

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più 

Rialland, Chantal, 1996. Cette famille qui vit en nous. Marabout, Paris

Badard J.C., 2005 La biologia del comportamento e della malattia. Appunti, Torino

Vuoi organizzare un gruppo con me? Contattarmi per individuali?

Messaggiami al 347 5545941

Elisabetta Adele Ziliotto

Sentire Pensare

È la mente che prevarica il cuore…Ma è il cuore che sente!

Sentimento e pensiero due realtà separate tra di loro! E di solito la parte pensante è quella che prende il sopravvento, anche perché è più facilmente indotta dai condizionamenti e dai vissuti…

Tutta la nostra vita, dal momento del concepimento alla fine dei nostri giorni, è pilotata da eventi, situazioni, promesse ed artefatti, che incidono sulla struttura portante del nostro carattere e quindi sul nostro stato di salute, sia fisico che mentale.

Sapere che ruolo ha avuto e ha il concepimento sulla struttura comportamentale di un individuo è fondamentale, perché il non prendere coscienza di questa tematica porta tanti individui a lottare nel corso della loro vita, senza capire minimamente che questo sbarramento nasce ancora prima della vita.

Bambini non desiderati, bambini rifiutati o abortiti “psicologicamente ” ancor prima della nascita, sono individui che, pur nascendo nel tentativo di risolvere le problematiche irrisolte dei genitori, giocoforza porteranno dentro di sé l’ ombra del padre o della madre, o di entrambi.

Quando nasciamo scrutiamo le cose, ma non pensiamo. Ascoltiamo, tocchiamo, vediamo, annusiamo, parliamo, ma ancora non pensiamo! A mano a mano che cresciamo perdiamo l’ identitá di ciò che è reale, di ciò che è naturale, del bambino puro dentro noi.

Il comprendere o meglio ancora la consapevolezza di determinati eventi costituisce la colonna portante per la costruzione del nostro carattere e per la visione del nostro “destino”.

Sapere se fu vero amore l’accoppiamento dei nostri genitori, dell’ ovulo o dello sperma quando ci hanno generato è fondamentale, dato che questo viene registrato come un “malessere cellulare” all’interno del feto che ritrovandosi in una cassa armonica, quale l’utero, amplifica le tematiche mal vissute dal genitore, sotto forma di paura, angoscia, tristezza, frustrazione, collera…

Questa trama cellulare, che si sommerá alle altre trame relazionali della vita quotidiana, influenzerá il vissuto dell’ individuo che non riesce a riconoscersi come soggetto libero e staccato dal vissuto dei propri genitori. E dovrà comportarsi secondo schemi di comportamento atti a reprimere i suoi bisogni, i suoi sentimenti.

Significativo l’ esempio del bambino “represso” già quando la mamma lo allatta: là dove non c’è partecipazione nell’ atto, ma solo l’ obbligo di una poppata per non sentirlo piangere, porterà l’ adulto a crisi di panico, paura della vita; e questo divario tra ciò che il cuore sente e ciò che viene registrato dalla mente potrebbe essere riempito con surrogati quali cibo, alcool, sesso, droga…

Se reprimiamo ciò che è stato alla base del nostro concepimento, della nostra storia familiare, della nostra entrata in questa vita, lasceremo un vuoto non appagato, lotteremo contro il padre e o la madre senza considerare che sono stati figli a loro volta è che potrebbero essere a loro volta “bloccati” dai loro genitori.

Il nostro mal vissuto è registrato a livello genetico, viene trasmesso a livello ereditario e come dimostrato dal premio Nobel 1981 per la medicina, la biologa statunitense Barbara McClintok, che scoprì i “geni che saltano” (jumping genes), le alterazioni avvenute in un “tempo” più o meno lungo, dal concepimento alla manifestazione clinica organica, si ripercuoteranno sull’ organo bersaglio dove ritmo e tempo vengono scanditi come un orologio e se non viste e risolte, potranno produrre delle mutazioni genetiche.

Se un feto si sente “fuori luogo” e “fuori tempo” nel grembo materno, da adulto qualsiasi situazione similare funzionerà come un detonatore che accenderà una miccia preesistente già codificata nell’ individuo stesso.

Il pensiero è analitico e divide le cose per poterle definire. Ma è l’ Amore quello del quale il nostro cuore ha veramente bisogno.

Elisabetta Adele

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più:

Guay M., 2001. Terapie Energetiche e Polarità Umana. Herpes Edizioni, Roma

Russel P.J., 2002. Genetica. Edises, Napoli

Vuoi o organizzare un gruppo con me? O contattarmi? Elisabetta.ziliotto@yahoo.it messaggiami su 347 5545941

Elisabetta Adele ZiliottoElisabetta Adele Ziliotto

Innamorarsi e amare

Innamorarsi è frutto di uno specchio, di una proiezione.

Ci innamoriamo di noi stessi guardando l’altro.

La base di partenza, per una relazione.

La base di partenza per arrivare alla fatidica frase: “non sei più quella/o di una volta!”

L’innamoramento è solo l’inizio di un’avventura che potrà essere duratura quando potremo andare oltre quello strato di immagini proiettate sullo schermo degli occhi dell’altro.

Un movimento collettivo “a due” (cit. Alberoni), innamorarsi, se solo lo sapessimo, tutto sarebbe molto più semplice e chiaro.

Puoi accogliere l’altro se non vedi e accogli “tutto ciò che è”?

Puoi relazionarti con l’altro se non ti accorgi di chi è dopo tanti anni di vissuto personale?

Puoi amarlo se non ami ciò che è stato prima di incontrarlo?

Puoi stare nel sentire e mollare il cervello che tende a dare nomi a ogni cosa e a dar voce alle paure più profonde, quelle del bambino ferito?

Il vero amore è forse questo: non cambiare l’altro ma osservare, percepire e scambiare.

Così si può crescere insieme.

Smettere di aggredire l’altro per avere ciò che il nostro sistema familiare non ci ha dato. Smettere di punire l’altro per ciò che da bambini abbiamo vissuto.

Iniziare a vivere momento dopo momento, istante dopo istante, se stessi e la relazione lasciando andare il controllo di ogni cosa, lasciando andare la paura di provare un’emozione, qualunque essa sia.

Fluire insieme ❤

SaraMaite

Accetto la Vita?

Accetto la Vita?

Se la accetto, me la gioco fino in fondo, la partita.

Vita-Morte-Trasformazione-Vita-Morte-Trasformazione-Vita-Morte-Trasformaz…

Ci pensavo stanotte, sotto la Luna Piena e percorrendo la strada che luccicava per il ghiaccio.

Buio, silenzio, respiro.

L’Universo è mio se lo voglio.

E’ a mia disposizione.

Se ti armonizzi, si armonizza.

Se lo accetti, ti accetta.

Se lo prendi, ti prende.

Se gli dai, ti dá.

Se accetti di vivere, a occhi aperti, senza riserve, lui vive in te, a occhi aperti, senza riserve.

Osservo, mi accorgo, mi affido.

❤️️

SaraMaite

#costellazionifamiliari #universo #naturenatura

http://www.naturenatura.com

Immagine da web

Amore e Coscienza Spirituale

Amore a seconda vista, Amore e Coscienza Spirituale, amore a prima vista, amore e coscienza di sistema

L’Amore di coppia non ha bisogno di “sapere tutto” dell’altro:
l’Amore si affida per sua natura ad un sentire più alto.
L’amore cieco appartiene alla coscienza di sistema, è un’altra forma di Amore, la prima che normalmente, si manifesta, è l’amore “a prima vista”: necessita di conferme, rassicurazione continua e si nutre di proiezioni.
A “seconda vista”, rispetta i percorsi personali, l’Amore.
Rispetta la vita e le caratteristiche di entrambi. Accoglie la diversità come un pregio per portare crescita ad entrambi e alla coppia.
L’Amore che si connette alla Coscienza Spirituale è totalmente libero da qualsiasi pretesa, dipendenza e condizionamento, e restituisce alla vita e al mondo l’Amore cresciuto nella coppia, moltiplicato, mettendosi al servizio di tutti.
#costellazionifamiliari #coscienzaspirituale #amore #amoreasecondavista #amoreaprimavista #verona #padova #mantova
Foto: Tomasz Alen Kopera Art

Oh rana, muovi il culo!

  • Ogni tanto penso alla storia della #rana bollita, la conoscete?

    La raccontavo tempo fa ma non ricordo più a chi.
    Portate pazienza, che inizio ad essere vicina ai 50.

Probabilmente la rana quando ce l’hanno lanciata, in pentola, ci si era pure messa comoda, col suo bel materassino gonfiabile, convinta di ronfare beata al calduccio nella zona di confort, manco doveva più nuotare.
  • Senza sforzo, adattandoti sempre, non senti più la tua #forza.
Troppo difficile provare ad uscire dalla pentola, si sa mai che sia difficile, faticoso, doloroso? Meglio #dormire. Più comodo.
MA… forse la rana stava bene e punto, in quel piccolo recinto, la pentola.
Possibile? certo che sì, possibile!!!
Magari Ranocchia da piccola non aveva avuto grandi spazi per muoversi, giusto una pozzanghera, qualcuno le aveva dato #confini di movimento molto restrittivi, proiettando su di lei paure e #preoccupazioni personali eccessive:
“non stare troppo fuori dall’acqua che poi ti si secca la pelle!”,
“mi raccomando non saltare troppo che ti viene mal di schiena!”,
“non saltare con ranocchi sconosciuti e troppo agitati che poi non sai cosa ti può accadere di male”,
“non saltare troppo che sudi” e…
E lei si è abituata a star ferma, dimenticandosi il piacere dell’Essere in Sé.
Era una rana così tranquilla, la mia piccolina, diceva la mamma … fa sempre la brava, non la si sente nemmeno.
A volte è indole, l’essere tranquilli, a volte lo si confonde con l’assuefazione a uno status.
L’abitudine al limite altrui, diventa alla lunga un nostro limite:
la paura limita, la paura a lungo andare ci toglie la sensibilità al #coraggio, il nostro coraggio.
A un certo punto ti trovi anestetizzato, identificato, pensi anche di essere così come sei diventato.
La tua postura fisica sei tu ed è una postura mentale.
E forse è vero, lo sei. Ora sì. Sei veramente diventato così.
La senti ancora la #Voce?
#muovilculo, che non succede niente di grave, va…
Io per esempio vado a letto. ‘Notte! :*
SaraMaite
  1. #costellazionifamiliari
  2. immagine: http://www.curejoy.com

 

Prevaricazione e valore personale 

La violenza e la prevaricazione subite da bambini, possono portarci ad essere adulti che usano violenza e prevaricazione per raggiungere gli obiettivi della vita.

 

Quando osserviamo la loro origine dentro di noi e accogliamo con amore il bambino che non è stato in grado di agire per difendersi da tutto questo, accogliendo la vergogna per l’accaduto, vedendo quanto è stato grande il peso che ci siamo portati dentro, trasformiamo l’accaduto in VALORE PERSONALE, acquisendolo e convertendoci in adulti pronti ad andare nel mondo con un’energia pulita, intensa e gioiosa.
Grazie,

SaraMaite

#costellazionifamiliari #voltamantovana
Immagine da web appartenente ai legittimi proprietari.
(Vuoi organizzare un gruppo? Contattami via sms o wa su 3931159019)