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Il numero sonoro e l’armonia cosmica

“I Numeri sono le sole reali energie viventi in questo pianeta, mentre tutto il resto non è che la loro ombraPitagora

Presso tutte le grandi tradizioni filosofiche dell’antichità i numeri erano considerati chiavi d’accesso ai misteri divini. Secondo Pitagora nel numero sta l’essenza dell’Universo, e a lui è attribuita la prima intuizione dell’esistenza di rapporti numerici tra le frequenze: il Sole, la Luna e i  pianeti del sistema solare per effetto dei loro movimenti di rotazione e rivoluzione produrrebbero un suono continuo, impercettibile dall’orecchio umano, e tutti insieme produrrebbero un’ armonia. Di conseguenza, la qualità della vita sulla Terra sarebbe influenzata da questi suoni celesti.

Anche Platone, educato al pitagorismo, insegnava i rapporti tra cifre, elementi della materia, divinità, pianeti e note musicali. Le stesse idee erano e sono condivise dall’antica filosofia cinese, per la quale i numeri sono la chiave dell’equilibrio tra Cielo e Terra. La “sapienza dei numeri”, detta aritmosofia, era usata anche presso alcune sette gnostiche nei primi secoli dell’era cristiana, che raccoglievano tradizioni esoteriche egizie, greche e babilonesi,  dove la parola chiave era Armonia, intesa in senso etico, matematico e musicale.

Secondo la tradizione e i miti di molti popoli, la Creazione dell’Universo è avvenuta per mezzo di un suono primordiale, un suono dal potere creativo di natura misteriosa e ineffabile.  Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con precisione,  un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. L’abisso primordiale, la bocca spalancata, la caverna che canta, il supernatural ground degli Esquimesi, il Tao degli antichi cinesi da cui il mondo emana come un Albero, sono immagini da cui spira il soffio del Creatore.

Del resto l’ idea di suoni non solo primordiali ma anche con capacità creative è diffusa in molte culture. I sacerdoti dell’Antico Egitto ad esempio attribuivano la creazione del mondo alla risata di Thoth, divinità non solo della scrittura ma anche della musica e della matematica. E il Samaveda, uno dei quattro testi più antichi dei Veda è interamente dedicato al canto e alla musica. Un sottile filo ancestrale lega poi all’India i nativi americani, poiché in entrambi si racconta che il mondo fu creato da un canto.

Nell’antica Grecia il cosmo era concepito come una lira a sette corde arpa, suonata dal dio Apollo (divinità della musica e della medicina) e Pitagora suggeriva ai suoi allievi di “studiare il monocorde per scoprire i segreti dell’Universo”, immaginando il cosmo come una grande lira in cui erano contenute tutte le note possibili di ogni dimensione. Il mondo greco quindi assimilava il cosmo ad una scala musicale, ove i suoni più acuti sono assegnati a Saturno e al Cielo delle stelle fisse. Il Sole è indispensabile per la realizzazione dell’armonia perché corrisponde alla nota centrale che congiunge due tetracordi, ovvero due scale composte da quattro suoni.

Il modello pitagorico rimase così a lungo il punto di riferimento per la cosmologia che Keplero si assunse il compito di “fare cantare” il sistema, ritenendo che l’armonia dove conformarsi  a un modello matematico, in quanto tutto doveva essere stato creato da Dio in base ad un piano i cui fondamenti dovevano essere numerici e geometrici. Con i suoi studi astronomici e musicali egli recuperò i rapporti che scaturivano dalla sovrapposizione dei numeri sacri 3 e 2  (formula divina della sesquialtera),  che mostra come per penetrare nell’universalità dell’aritmetica bisogna risalire all’origine del Matrimonio Celeste.

Sono sufficienti tre suoni per definire la Matrix, che noi percepiamo come l’unica realtà percepibile della materia sul pianeta Terra, ma è solo uno dei tanti mondi infiniti. Quindi se il mondo visibile, ma anche quello invisibile è vibrazione, tutto l’Universo vibra. Ogni campo organizzato e gli elementi che lo compongono sono in uno stato di movimento perenne e ciò che noi percepiamo nasce dalle interferenze tra frequenze più veloci e più lente.

In quest’ottica possiamo considerare la musica come un sistema organizzato di vibrazioni. Quando risuona una sola nota, essa presenta delle frequenze concomitanti che danno un colore specifico a quel suono. Il fenomeno è analogo a quello della luce e tutti i colori insieme costituiscono  la luce bianca. Questa è quindi la Matrice di un mondo molto più complesso che mostra come siamo cellule di un enorme organismo che vede solo altri elementi e non l’intera struttura. Come se dell’oceano percepissimo solo la superficie e non i profondi abissi. Per distruggere la Matrice apparente bisogna liberarsi da pensieri negativi e dalle immagini prodotte dalla paura che sono di per sé irreali. Per fare ciò bisogna sintonizzarsi con l’Armonia sonora dell’Universo.

Ma cos’è questa Musica o “numero in movimento”, nata dal vuoto che propagandosi crea lo “spazio”? È la chiave di volta per comprendere l’essenza delle leggi armoniche e la loro ragione di essere. È al tempo stesso l’inizio della scienza dell’ordine, del numero, della misura. L’ uomo vive immerso in un’ Armonia cosmica, sottesa dal numero sonoro. Il suo scopo gnostico ed esoterico consiste nello scoprire le costanti universali che collegano ogni evento del mondo fisico e spirituale, come anche la percezione dei mondi innumerevoli e dei corpi eterei. Quindi attraverso il numero sonoro possiamo rigenerare il Cosmo.

Infatti mentre il linguaggio è una sorta di cablatura cerebrale di tipo sociale dove non è possibile immaginare aspetti non previsti  dalla propria lingua madre, la musica è in grado di superare questi preordinamenti immaginifici, aprendo le porte all’Infinito. Similmente ai linguaggi oleografici, come quelli geroglifici.

L’Universo è un’immensa proiezione che ogni essere vivente vive in modo diverso. Tutto ciò che percepiamo è solo un simbolo tridimensionale di una molteplicità sonora che contiene in sé tutte le sinfonie possibili, un insieme di risonanze armoniche derivate da un unico suono, un vero e proprio ologramma dove Armonia racchiude gli opposti e promana dall’intelligenza della materia. Nel mito è figlia sia di Ares che di Afrodite, e in essa nulla è separato e riunisce i contrari, passato e presente, alto e basso, fuoco e acqua, odio e amore.

Ecco quindi che ritornando a Pitagora possiamo concordare con la sua asserzione che la geometria delle forme e della materia è musica solidificata .

Grazie

Elisabetta Adele

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Per saperne di più

A. Di Benedetto I numeri della musica e la Formula del Cosmo ECIG 2003

N. Fabbri Cosmologia e armonia in Kepler e Mersenne. Leo S. Olschki Firenze 2003

Francesco De Siena Pitagora e la musica L’Autore Libri Firenze 2006

K. Ferguson La musica di Pitagora Bollati Biringhieri 2013

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Elisabetta Adele Ziliotto essenza

L’uomo tra patria ed esilio

 

La mia patria è nella mia sete d’amore” (PierPaolo Pasolini)

L’uomo è nel mezzo tra patria ed esilio e non esiste paese natio che possa soddisfare appieno il suo desiderio di patria: abbiamo tutti sempre nostalgia di qualcosa che ci faccia provare un’intimità, una sicurezza e un amore assoluti. La patria ha a che fare con le esperienze infantili, con la nostra entrata nel mondo, e sono davvero pochi quelli che, interrogati, non parlano del luogo dove sono nati e cresciuti e dove hanno trascorso almeno una parte considerevole dell’infanzia. La patria in questo senso va vista come il luogo in cui, inizialmente, usciti dall’utero s’incontra il mondo esterno. La famiglia-patria come il luogo delle esperienze primarie ha quindi il sapore di un paradiso perduto.

Frontiere, emigrazione, esilio, radici. “Non c’è nazione che mi reclami”, scrive Samira Negrouche, e nelle sue pagine si mescolano immagini di metropoli occidentali e deserti africani – “la periferia è un frastuono di dune”: qui l’immaginazione lavora al confine
fra i luoghi della prima infanzia e quelli di età adulta, si nutre della loro mescolanza, producendo innesti familiari sorprendenti, e significativi cortocircuiti.

L’archetipo dell’esule è carico di ambivalenza. Separato, lontano dal luogo dell’innocenza perduta, in uno spazio lontano dalla famiglia, immaginaria condizione paradisiaca, diventa territorio di sofferenza, di catarsi che spingono a fuggire via.
Per tentare una risposta occorre partire da molto lontano. Partire dalla crisi di quell’orizzonte di valori, quella rete di certezze metafisiche, religiose, morali, quelle “grandi narrazioni”, spesso silenti e cariche di segreti, che caratterizzano la “famiglia” e che trasmettono mali fisici e dell’anima, che sempre più necessitano essere visti e guariti. Riannodare lo strappo di quell’unica, salda radice che ci lega a un territorio-utero dove abbiamo scelto di nascere.

Ricordare il taglio del cordone ombelicale, la prima simbolica “radice” ad essere recisa,  doloroso eppure carico di speranza e futuro. Una visione occidentale traumatica la nostra perchè  di appartenenza stretta a un territorio o a uno spirito di matrice cristiana. A differenza di altre culture come quella ebraica, fondata sul mito dell’erranza interminabile, dell’esodo, del vagare portando con sé le proprie inquiete radici, noi non abbiamo un Abramo che abbandona patria, casa, greggi, diretto chissà dove. Il nostro Ulisse compie un viaggio lungo, avventuroso, per poi fare ritorno alle radici, per ritrovare casa, patria, isola.

Per noi l’erranza è solo una fase iniziatica per riapprodare sul suolo solido dell’appartenenza, fortificati della lotta. Perchè la distanza dal luogo di origine, il taglio delle radici, il rifiuto di un’appartenenza sicura non è altro che una sfida. Perché “il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima
umana” ed è uno dei più difficili da definire. Un essere umano ha una radice grazie alla sua partecipazione reale, attiva, naturale all’esistenza di una collettività familiare.

Tagliare le radici, significa recidere un legame vitale, perchè la casa è una delle incarnazioni della propria dimora. La nostra prima casa è il grembo materno con i suoi misteri dove già sono depositati i riti sacri delle relazioni familiari e della collettività alla quale apparteniamo, l’unione tra i nostri genitori ma anche la solitudine e la nudità.

Tutto ci riporta a questa prima patria, a questa esperienza di centro vitale,  e possiamo rimanere bloccati al suo interno o possiamo confinarci per scelta; ed è per questo che possiamo decidere che un taglio, o un distacco sono necessari, ma lo sradicamento non elaborato ci conferisce la più perfetta delle radici.

Fuggire verso una “terra di nessuno”, vivere lo “strappo” delle radici, talvolta “recise” con un taglio netto, pronti ad accettare l’essere stranieri all’interno anche del proprio nucleo originario. Non si può risolvere il conflitto tra bisogno di fedeltà e desiderio di tradimento, occorre accettarlo. Si resta presi in questo duplice movimento, l’attrazione/resistenza verso il luogo d’origine. Il bisogno di appartenere, far ritorno alle radici, ricercare l’origine e al tempo stesso il desiderio di andare, partire verso il mondo, volgersi al futuro.

Ecco quindi che l’esilio, l’esperienza dell’altrove, anche se ci appare dunque necessaria, acquista una condizione di marginalità, e può trasformarsi da confine in soglia, solo la linea di demarcazione fra spazi diversi, diventa anche luogo dove si genera il mutamento e sorgono nuovi significati. Confine dunque come sorgente di senso, possibilità di uno sguardo nuovo per lo sviluppo del Sè.

L’allontanamento non è più esilio ma frontiera, è un’esperienza che produce conoscenza, getta una luce inedita sulle cose, una luce aurorale che prelude alla metamorfosi. E’ un regalo ai posteri perchè recuperare chi è rimasto fuori, ai margini, anche se esperienza scandalosa e dolorosa, è una frattura da ricomporre, una ferita da rimarginare.

“Il ritorno è una possibilità pressoché impossibile. Se un ritornare sarà fatto, sarà tramite la memoria alla ricerca di un paesaggio dell’anima”. La memoria dell’anima che resterà la “sola zolla possibile” dove affondare radici. Non c’è ritorno possibile, recupero del passato nel suo antico splendore, se non attraverso il viaggio sofferto e difficile dentro il “non detto familiare” che riconduca alla “terra dimenticata”, la “terra d’oblio”, dove ogni sogno di ritorno resta/natomorto fino a quando non gli diamo voce. L’ unico ritorno possibile avviene dunque grazie alla memoria. Il ricordo, col suo lavorìo di trasfigurazione e di ri-creazione, non è che il riconoscimento della malinconia dell’esilio.

Oggi è possibile parlare di radici doppie, o molteplici, che si nutrono di mescolanza e ibridazione fra nuclei che portano nella memoria sempre più spesso civiltà e culture diverse, lingue e dialetti diversi tra loro. Non si tratta solo di radici biologiche, ma anche di radici simboliche, radici di senso. Se è vero che non esiste una mappa che possa ricondurci verso il luogo “originario”, alla quale brama la nostra anima immortale che non è totalmente di questa terra , è possibile però riacquistare una mappa attraverso conversazioni, indagini sociogenogramma,  intorno a una lista dimenticata di irrecuperabili aspetti di sé e delle proprie radici.

Le ferite, le cicatrici, si rivelano una porta. E proprio la perdita, lo “stato di orfanità”, la mancanza di riparo, aprono una nuova dimensione conoscitiva, fanno emergere un nucleo di necessità: mantengono in uno stato di vigilanza estrema, di allerta, spingono a ripensare di continuo la propria storia – per rimetterne insieme i brandelli, per ricucirne gli strappi.

Dunque la patria da abitare non sarà più avvertita dall’inconscio come un luogo con precise coordinate geografiche, ma solo un luogo della mente. Sarà casa la parola poetica capace di creare nuovi mondi, di dischiudere nuovi orizzonti. Sarà l’abitazione più autentica, quella che consente di raccogliersi nell’essenziale, di dimorare al sicuro, recuperando le radici e sanando i vissuti familiari. Sarà dimora di una rete di relazioni da ri-costruire,  che possono dunque restituire la famiglia al suo ruolo privilegiato, farne davvero un “crocevia di genti”, dove non si è più stranieri, ma dove pur convivendo drammi e gioie, si può essere se stessi e diventare ciò che si desidera, perchè le radici ora possono affondare in un terreno buono e materno e stimolare alla prefigurazione di una nuova realtà.

Può accadere, è accaduto, si deve lavorare perché accada ancora!

Grazie

Elisabetta Adele

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più 

Pier Paolo Pasolini Dov’è la mia patria Accademiuta 1949

Samira Negrouche L’ opéra cosmica Algieri 2003

Carl G. Jung Gli archetipi dell’inconscio collettivo Bollati Boringhieri 1977

Edward W. Said Riflessioni sull’esilio Granta 1984

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Sogno o son destinato

Il sogno è un movimento o un’invenzione multiforme dell’anima che segnala i beni o i mali futuri. Stando così le cose, l’anima preannuncia tutto ciò che accadrà con il trascorrere del tempo, presto o tardi. Artemidoro di Daldi

Uno dei più famosi interpreti di sogni dell’antichità fu Artemidoro, che visse nel II secolo ed era nativo di Efeso. Nel suo trattato non spiega l’origine dei sogni allo stesso modo dei filosofi o dei medici; si limita ad affermare che “l’anima possiede per sua natura facoltà divinatorie ” e che i sogni sono il veicolo di detta facoltà.

Nonostante questa affermazione egli cercò di chiarire i segreti della sua arte partendo dal presupposto che i sogni si dividono in profetici e non profetici e che questi ultimi, a loro volta, sono “diretti” o “allegorici”. E riguardo l’interpretazione delle allegorie, un tempo riservata a professionisti come lui, nonostante mancasse di un proprio sistema, cercò sempre di inquadrare ogni sogno nell’ambito e nel tempo in cui si sviluppava.

Cicerone d’altro canto riguardo ai sogni profetici, nel suo trattato Sulla divinazione, espone una grande quantità di aneddoti a favore dei sogni profetici, tratti da opere di scrittori greci e romani, ma anche dalla sua esperienza personale. Cicerone raccolse dalla letteratura omerica la credenza “prefilosofica” che l ‘avvicinarsi alla morte durante il sogno conferisce agli esseri umani virtù profetiche, in particolare a coloro che sono colpiti da gravi malattie.

Non solo i sopracitati Artemidoro e Cicerone argomentavano sull’oniromanzia, ma molti pensatori greco-romani discussero lungamente circa il significato dei sogni e soprattutto sulla possibilità che potessero predire il futuro. Il problema era rovente, non solo perché incideva sulle relazioni fra gli esseri umani e gli dei, ma anche perché imponeva profonde riflessioni sul destino è sulla natura dell’anima.

Nel mondo greco l’interpretazione dei sogni risale a tempi antichissimi, ma le prime testimonianze scritte sono nei poemi omerici Iliade  e Odissea che, sebbene le vicissitudini narrate risalissero a quattro secoli prima, sono datate attorno all’VIII sec. a.C.. I personaggi omerici sognavano divinità o spettri che portavano loro messaggi profetici legati al mondo reale, ma anche all’aldilà.

C’è un episodio verso la fine dell’Odissea che illustra alla perfezione la capacità critica dei greci per ciò che riguarda i sogni e riguarda Penelope intenta a confidare a un anziano mendicante, che altro non è che suo marito Ulisse, appena giunto ad Itaca, un sogno avuto la notte precedente. Le oche di Penelope scorrazzavano per la casa quando un’Aquila si precipitò su di loro e le uccise tutte. La regina scoppiò a piangere, ma l’Aquila la tranquillizzò dicendole che le oche rappresentavano i pretendenti al trono dell’isola, mentre il rapace era Ulisse. Alla fine del suo racconto Penelope disse al mendicante che i sogni sono difficili da interpretare, poiché esistono due porte, una di avorio e un’altra di corno: i sogni che ci giungono attraverso la porta di avorio sono ingannevoli, mentre quelli che passano attraverso la porta di corno si avverano.

Il racconto di Omero contiene due schemi di interpretazione dei sogni che resteranno quasi inalterati nei millenni seguenti: da un lato l’idea che i sogni sono”illusioni”, cioè proiezioni dei nostri desideri; dall’altro, la convinzione che certi sogni possono essere interpretati come simbolo di un avvenimento che sta per accadere. E un tempo anche i medici erano convinti di ciò, per cui, mentre si sforzavano di interpretare i sogni dal punto di vista della diagnosi e della terapia, lasciavano ad altri esperti l’interpretazione come strumento profetico.

I filosofi su questi argomenti, formularono le teorie più diverse. Platone emise un’analisi al tempo stesso psicologica, mistica e filosofica arrivando ad affermare che “se l’anima razionale si mantiene all’erta persino in sogno e là si prepara con ragionamenti selezionati e si evita di stimolare l’anima irrazionale con l’ingestione incontrollata di cibo e bevande, ci si troverà nella disposizione di conoscere la verità che vi è nei sogni, sia di ciò che è già accaduto, sia del presente, sia di ciò che è di là da venire”.

Il Dio degli Ebrei non offriva presagi, come in Mesopotamia, o schemi profetici come tra i greci, ma indicava nei sogni un futuro possibile, un disegno che il suo popolo, unito nello sforzo, doveva realizzare. Il testo biblico parla di rivelazioni in stato dì dormiveglia, di sogni e di fenomeni di estasi accompagnate a stati di angoscia. Gli Ebrei infatti, come altri popoli dell’antichità, credevano che il sogno fosse un mezzo di comunicazione tra la dimensione divina e quella umana, ma non stabilirono regole precise di onoromanzia.

Dalla Genesi si deduce che l’interpretazione dei sogni veniva lasciata all’interpretazione individuale; in questo senso l’esperienza di Giuseppe è interessante dato che proprio a causa dei suoi sogni egli venne venduto dai fratelli e per l’interpretazione di quelli del faraone fu nominato viceré dell’Egitto.  Ma quelli non furono le ultime profezie oniriche, perché poco prima di morire raccontò di aver sognato il ritorno a Canaan del popolo ebreo.

Eppure  nonostante sia comprovato che l’interpretazione dei sogni fosse praticata in Egitto fin dai tempi remoti, i documenti storici che lo provano sono relativamente recenti. Troviamo un’allusione all’oniromanzia negli Insegnamenti del re Merikare, un papiro redatto intorno al 2100 a.C., nel quale si legge che gli dei hanno inventato i sogni per poter comunicare con gli uomini.  Non si conosce il momento preciso in cui divenne d’uso comune compilare dei manuali di interpretazione dei sogni custoditi nelle Case di Vita (centri culturali annessi ai grandi templi) e che venivano redatti da sacerdoti chiamati “i portatori di papiri”, ma secondo la tradizione, questi “Libri dei sogni” furono scritti nel XIII secolo a.C. dal leggendario Setem Jaemuaset, il più famoso dei figli di Ramsete II, che passò alla storia per la sua straordinaria cultura e per la fama di mago.

Anche tra i babilonesi e i sumeri, il sogno fisiologico era considerato come un prolungamento della vita di un individuo e tutto ciò che avveniva in questo periodo era fonte di ulteriori rivelazioni. ” Se un uomo sogna di viaggiare oltre i confini del suo Paese, si vedrà colmato di onori. Se un uomo sogna di lavorare il cuoio sarà prima ricco e poi povero. Se sogna che, dopo aver urinato si inginocchierá davanti alla sua urina, genererà un figlio che deterrá il potere reale….“.

Come affermava Friedrich Nietzsche “La perfetta chiarezza di tutte le rappresentazioni oniriche, la quale ha come presupposto la fede incondizionata nella loro realtà, ci riporta continuamente ad antichi stati dell’umanità, quando l’allucinazione prendeva intere comunità, interi popoli,. Dunque nel sonno e nel sogno, noi eseguiamo ancora una volta il compito dell’umanità primitiva. ”

Grazie

Elisabetta Adele 

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Per saperne di più 

Artemidoro di Daldi Il libro dei sogni Adelphi 1975

Sigmund Freud L’ interpretazione dei sogni Newton Compton 2014

Edward C. Whitmont, Sylvia Brinto. Perera Il linguaggio dei sogni. Simboli e interpretazioni. Astrolabio Ubaldini 1991

Omero Odissea Feltrinelli 2014

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Elisabetta Adele Ziliotto

L’essenza medico oracolare tibetana

“Non ti preoccupare se gli esseri perfetti sorgono oppure no, rimane il fatto che è una dura necessità dell’esistenza che tutta la creazione sia transitoria” Buddha

Il Tibet è sempre stato un luogo quasi mitico. I popoli non solo occidentali, ma anche più vicini hanno sempre creduto che tra le sue montagne, le più alte del mondo, si nascondessero entità soprannaturali dai grandi poteri con le quali si poteva entrare in contatto attraverso misteriose pratiche naturali.

Da tempi immemorabili il popolo tibetano possiede un “codice di presagi” con un’interpretazione dettagliata di avvenimenti comuni come i sogni, il gracchiare del corvo, il numero e la specie delle api che si posano sul tetto di una casa o le parole delle persone che si incontrano per la strada.

Allo stesso modo esistono tecniche che si basano sul lancio di dadi o punte di frecce con incisioni, lanci di ciotole colorate o monete. E i monaci spesso ricorrono, come dai tempi più remoti, alle antiche divinità guerriere che parlano per bocca di un medium.

Inoltre le predizioni astrologiche da sempre influiscono nei momenti più importanti della vita di un tibetano e ogni bambino possiede fin dalla nascita una specie di “carta d’identità astrale” in grado di condizionare le sue decisioni per il resto della sua vita.

In Tibet la tradizione medica e le arti divinatorie da sempre sono pratiche integrate, sintesi di diverse influenze culturali che considerano la malattia come parte della vita e si incentrano nel culto individuale delle forze naturali in tutte le loro manifestazioni, dal cielo alle montagne, dalle pietre alle erbe, ecc.; la cui conoscenza e pratica genuina conduce a un’unità diretta con la realtà e alla liberazione del mondo ciclico di sofferenze.

Dopo l’introduzione del buddismo nell’ VIII secolo, la psicologia e la filosofia alla base della medicina tibetana si adattò agli insegnamenti del Buddha, mentre l’aspetto pratico-curativo integrò culture mediche cinesi, indiane e greche.

Secondo questa medicina mente e corpo si condizionano reciprocamente, ma la parte trainante è la mente. E la differenza con la medicina occidentale, strettamente analitico-matematica, è che nel sistema medico orientale l’approccio nei confronti della malattia e del malato è di tipo olistico e prende in esame molte “verità “del paziente, quali il suo modo di vivere, di mangiare, di pensare e di lavorare.

Altra grande differenza tra le due medicine è che le tecniche curative tibetane sono sempre di tipo naturale e propongono cure diverse, a seconda del caso. Questo perché per la medicina orientale tutt’e le malattie sono di origine psicosomatica.

Secondo l’approccio medico tibetano, la causa fondamentale di tutte le malattie sono le attitudini mentali negative e la mente dipende dal corpo poiché “cavalca” le energie interne che agiscono come suo sostegno. Vi è quindi un rapporto di interdipendenza tra corpo e mente, ma la mente non è uguale al corpo, anzi ha una natura completamente diversa.

Al momento della morte la mente abbandona il corpo che rimane un involucro privo di coscienza, sensa alcuna sensazione. Quando una persona rinasce possiede la stessa mente e le stesse perturbazioni mentali che possedeva al momento della morte; queste perturbazioni sono le cause delle malattie che incontrerà nella nuova vita. Se una persona è morta di cancro, non è detto che nella vita successiva si ammali nuovamente di cancro dal momento che le malattie non trasmigrano insieme alla mente, ma le cause delle malattie si, dato che sono le attitudini mentali negative quelle che ci accompagnano di vita in vita. Infatti le impressioni depositate nella nostra mente vi permangono e sono le cause remote delle nostre malattie, indipendentemente dal fatto che uno se ne ricordi o no.

Secondo i medici e i monaci oracolari tibetani, vi è un particolare momento, quando giunge la morte, in cui le energie che sostengono le varie conoscenze concettuali si riassorbono perdendo la capacità di sostenerle e queste di assorbono nella coscienza estremamente sottile che in quel momento si manifesta per la prima volta nella vita. In quei momenti si possiede la capacità di ricordare le vite precedenti e si può vedere che tipo di rinascita si prenderà nel futuro. Ma successivamente, una volta rinati nel ventre della madre, incominciano a svilupparsi le diverse coscienze sensoriali e le menti più grossolane, e questa mente sottile diventa inconscia.

Anche per questo nella medicina tibetana viene utilizzata spesso la meditazione e vengono insegnate pratiche in diversi Tantra, dopo aver ricevuto iniziazioni del Mandala o del Cerchio del Buddha della medicina. La recitazione di alcuni mantra sono di grande beneficio poiché si riceve la benedizione e l’immunità dalle malattie; inoltre è molto utile se recitati vicino a persone che sono seriamente ammalate. Se poi lo si “soffia” su animali morenti, questi non rinasceranno nei reami inferiori, ma in mondi più felici.

Il Buddhismo parte dalla premessa che ogni cosa dentro l’Universo è in costante stato di flusso: tutti i fenomeni sono caratterizzati da instabilità e questa assoluta instabilità della creazione mostra come ogni essere subisce uno stadio o l’altro. La sofferenza non è accidentale, ma scaturisce da una causa specifica. L’estinzione della sofferenza significa la liberazione dal ciclo vizioso dell’esistenza, e ciò è compiuto attraverso la conoscenza appropriata e la pratica genuina del Dharma.

Uno studio approfondito dei “tre veleni” (odio, avversione e aggressione) si trova nella filosofia e psicologia buddista ed è importante notare la stretta interrelazione tra disordine mentale e fisico.

Negli insegnamenti del Buddha le malattie sono anche da sempre trattate in termini di periodi storici in cui si manifestano maggiormente. Nel terzo Tantra medico si parla proprio di alcuni tipi di patologie che sono tipiche del nostro secolo, come  il cancro, la cui causa viene indicata nella mancanza di una pratica religiosa tipica degli individui del XX e XXI secolo; ma non solo poiché le altre cause sono da ricercare nello sviluppo tecnologico, nella tecnologia bellica, nel l’inquinamento atmosferico e nella costruzione di ordigni micidiali.

Tutto questo era già stato predetto molti secoli fa dagli oracoli tibetani con le loro tecniche divinatorie e scritto sui testi di medicina che ci giungono dal tetto del mondo.

Grazie

Elisabetta Adele

elisabetta.ziliotto@yahoo.it

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Per saperne di più 

Namkai Norbu Nascere e vivere. Trattato sulla medicina tibetana, Edizioni Shang-Shung Arcidosso (Gr)

Namkai Norbu Lo specchio. Un consiglio sulla presenza e sulla consapevolezza Edizioni  Shang-Shung Arcidosso (Gr)

Il libro tibetano dei morti Newton Compton Roma 1983

Tati Rinbochay – J. Hopkins Morte, stato intermedio e rinascita nel Buddhismo tibetano Astrolabio Roma 1980

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Elisabetta Adele Ziliotto

L’impronta della farfalla e del serpente

Farfalla tu che volteggi nella luce del mattino, hai conosciuto molte forme prima di prendere il volo

Serpente c’è il fuoco nei tuoi occhi, scuotimi, stimolami, imparerò a comprendere. Il veleno trasmuta, porta la fiamma eterna e aprimi al Paradiso per guarirmi ancora

(Animali sciamanici di guarigione)

La nostra colonna vertebrale ha indubbiamente la forma di un Serpente, simbolo di segreti misteri di conoscenza, sotterranei e oracolari; un incredibile tesoro di memorie nascoste, che al suo interno ospita il midollo spinale, una struttura di materie grigia e bianca, che formano l’immagine di una Farfalla, anzi di parecchie diverse farfalle.

Eppure per molti di noi, la schiena e le sue vertebre, risvegliano memorie di dolori, di sforzi, di pene che preferiremmo dimenticare, e che speriamo non tornino più. Sarà per questo che pensare la nostra colonna spinale come un rettile ci fa paura e ribrezzo, soprattutto perché questo animale è da sempre stato demonizzato non solo nelle leggende dell’Albero della Vita, quale simbolo di tradimento e di peccato; ma anche nella mitologia, poiché viveva sia dentro sia fuori le tenebre e abitava il regno dei morti e da quel terreno fecondo tramandava a nuova vita,

Eppure il coraggioso e terrificante serpente tanto caro ad Asclepio, il divino guaritore dell’antica Grecia che lo conserva avvinto al suo bastone e lo utilizza come spirito ancestrale nelle “guarigioni” e nei processi di trasformazione e ritorno, emerge dalla terra, dalle acque e dall’oscurità della psiche e rappresenta il rinnovamento e la rinascita; la vita nuova, l’energia dinamica della terra, la sorgente creativa che diede origine all’Universo.

Il Serpente dagli occhi senza palpebre che evocano guardiani sovrannaturali, occhi dell ‘inconscio che vedono dove il conscio non arriva, che trasmuta il ciclo vita-morte-rinascita è l’energia del tutto, è la coscienza cosmica ed è l’abilità di fare esperienza.

La Farfalla simbolo di auto-trasformazione, capace di conoscere gli stadi della vita e di cambiarli; di percepire e di far chiarezza nei processi mentali, di passare attraverso lo stadio della larva, del bozzolo, della crisalide per poi nascere e volare via. Come Etain, la fanciulla della leggenda irlandese che venne trasformata in farfalla, andando a ramingo per il mondo fino a quando non assunse di nuovo l’aspetto umano.

La colonna vertebrale è la prova dell’incarnazione di Dio nell’uomo. E’ l’insieme delle nostre vertebre, ma anche la Spada data ad ognuno di noi per tagliare i veli dell’illusione. È il luogo dove si fa la pace tra i due serpenti: quello circolare e quello rettilineo, le due potenze dell’Eros primordiale, maschile e femminile. E’ inoltre l’insieme spazio-temporale dove terra e cielo si riconciliano, l’animale che striscia con la più leggiadra delle creature che volano, la Farfalla.

Ogni punto della colonna si comporta come una porta del Tempo, che consente l’accesso alle tracce profonde di eventi passati che hanno lasciato il segno. Microvortici nel tempo-spazio, dove i chakra sono in continuo dialogo con i meridiani energetici e dove ogni evento doloroso modifica permanentemente il flusso esistenziale dell’individuo, generando asimmetrie che tendono a ripresentarsi con andamento ciclico. E la legge universale di attrazione condiziona il ritorno di antiche ferite sepolte nell’archivio della memoria.

Il dolore è sicuramente un’efficientissima forma di comunicazione non verbale, che viene trasmessa con precisione: il suo messaggio si conserva inalterato e si riproduce senza visibili distorsioni. Ogni esposizione al lutto e a una perdita, impatta con violenza sull’equilibrio e ne mina le risorse difensive.

Charles Darwin, padre della teoria evoluzionistica sosteneva: “Qualunque sia l’etá in cui una variazione compare la prima volta nel genitore, detta variazione tenderá a comparire nei discendenti alla stessa età “.

Esiste però uno strumento in grado di aiutare il nostro Serpente a distaccarsi dai ricordi che generano pene ed afflizioni e a far scaturire la Farfalla e si chiama Cronoriflessologia spinale. Questo tipo di metodologia di supporto agisce sul meraviglioso congegno invisibile poggiato sui punti della colonna vertebrale, che può così essere riparato quando non segna più l’ora giusta.

Come sappiamo per la legge di attrazione che governa molti fenomeni della nostra esistenza, si ripetono continuamente situazioni ed eventi negativi, che hanno vissuto sulla loro pelle i nostri progenitori. Il vissuto di ora è quello di un tempo passato interagiscono tra loro. Lo zaino invisibile, ma estremamente pesante che portiamo sulle spalle è carico del dolore di chi ci ha preceduto e anche se si attiva dentro di noi in modo automatico, non ci aiuta a stare meglio.

I cronocettori spinali all’ interno del nostro Serpente vertebrale conservano fedelmente la memoria di eventi traumatici per almeno 4-5 generazioni. Si genera così l’abrasiva percezione di essere prigionieri di qualcosa o di qualcuno, in una condizione di sincronicitá che in cronoriflessologia si identifica con il termine di allineamento temporale traumatico,  in psicogenealogia viene definita time collapse e che Bert  Hellinger chiama irretimento.

Dobbiamo comprendere che questi apparenti cortocircuiti esistenziali occultano vicende dolorose del passato familiare, che tendono a ripresentarsi con modalità molto affini su un palcoscenico diverso e con nuovi attori: la nostra storia presente e i nostri volti.

Il corpo diviene così il contenitore di memorie biografiche, ogni copia è lo specchio di un grave conflitto emozionale avvenuto in passato dove si agitano i fantasmi di chi lo ha generato che sono i nostri antenati, che recitano all’infinito il loro tragico ruolo e noi vediamo questi eventi non con gli occhi, ma con i nostri geni.

La cronoriflessologia spinale si basa sull’idea che non solo il cervello sia un contenitore delle nostre memorie, ma anche la pelle. Cute e tessuto nervoso condividono la medesima origine embriologica e in corrispondenza della cute che riveste la colonna vertebrale sono stati scoperti 24 punti, sovrapposti alle vertebre mobili che segnano lo scorrere del tempo dalla nascita in poi secondo un ciclo ripetitivo di sessant’anni. Quando un individuo viene sottoposto ad un evento stressante, il ricordo traumatico si fissa sul punto della colonna corrispondente alla sua età. Il punto attivato dal trauma è di solito dolente alla pressione e una volta identificata la fonte, da cui ha origine il malessere, si inquadra l’età nel quale c’è stata l’esposizione. A questo punto osservando la tabella di conversione anni-vertebre, si localizza l’area è là si sottopone a stimolazione.

Ecco quindi che con tecniche di agopuntura, o semplici percussioni digitali, applicazioni di luce bianca, massaggi topici con oli essenziali  o con fiori di Bach, permettiamo al nostro Serpente di far scaturire la Farfalla; onorando i nostri Antenati, la loro voce, il loro sostegno e la loro guida in questo viaggio terreno che compiamo eretti.

Ringraziamo quindi il Serpente che ci orienta verso la comprensione e la sacralità della vita. E ringraziamo la Farfalla che immersa nel nostro midollo invisibile spiega le ali ed emerge pulendo e benedicendo le nostre Radici.

Grazie

Elisabetta Adele

elisabetta.ziliotto@yahoo.it

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Per saperne di più

Vincenzo di Spazio Cronoriflessologia spinale guarire dalle ferite degli antenati,  Simplicissimus 2011

Charles Darwin L’origine della specie, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2009

M. Rao Magici Animali di Potere, Psiche 2 2014

J. Sams Le carte medicina, Amrita Edizioni 2006

 

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Elisabetta Adele Ziliotto

All’altezza delle aspettative

Vivere agendo per contrastare ciò che gli altri si aspettano da te,

anche quando credi di farlo per liberarti delle loro aspettative,

ti rende due volte schiavo e la tua riuscita di apparente liberazione, rischia di essere una magra soddisfazione.

Gli occhi che contano sono solo e soltanto i tuoi…

Soprattutto quando sai chiuderli per spalancare quello interiore.

SaraMaite

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Nevrosi di classe: identità ereditata

Le nevrosi  più terribili e incurabili sono dovute al sentimento primo, quello di non essere accolti nel mondo con amore” (Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane)

La lotta di classe, pur non immaginandola come la forza motrice che le attribuisce il marxismo, è in ogni caso una realtà. E lo è proprio perché il ricordo delle passate battaglie sociali sono ancora tessere molto vive nelle generazioni presenti, anche quando questi rapporti hanno ormai smussato violenze e hanno assunto nature diverse.

Il sociologo clinico Vincent De Gauléjac parlando di “lotta per i primi posti”, definisce le nevrosi collegate all’insieme di rivendicazioni individuali e di determinismi collettivi registrati nell’inconscio attraverso le trasmissioni generazionali, come “un conflitto psichico senza causa organica, i cui sintomi sono l’espressione simbolica di una contesa che ha le sue radici nella storia del soggetto è che costituisce un compromesso tra il desiderio e la difesa”.

La continua doppia costrizione degli uomini della società moderna, presi tra i fuochi del bisogno di lealtà socio-familiare da un lato e della volontà di realizzazione personale per se stessi e per i loro discendenti dall’altro, è un potente motore di patologie di tipo nevrotico transgenerazionale.

Questo perché nonostante ognuno di noi abbia una propria irriducibile specificità, siamo ugualmente dipendenti dall’ambiente sociale a cui apparteniamo e dove ci sviluppiamo. La famiglia con il suo capitale culturale, economico, simbolico, di sistemi di valori e di modalità educative, influisce ineluttabilmente sul divenire degli individui, sia sotto l’aspetto dell’integrazione sociale, che nel percorso di studi, non tralasciando nemmeno la vita affettiva e sessuale.

I genitori pur coltivando per i figli un “progetto parentale” che consiste nel miglioramento sociale, dall’altra parte trasmettono la lealtà alla tradizione familiare: quindi la classe sociale di appartenenza si scontra con il desiderio di avanzamento e con l’ingresso in una classe superiore.

Questa contraddizione in termini collettivi può avere conseguenze inaspettate per quanto riguarda la problematica di tipo transgenerazionale, in particolare se il fallimento di un tentativo di progresso sociale viene vissuto come un’umiliazione non solo personale  ma anche della comunità , divenendo una “impasse genealogica” o segreto familiare, che può provocare fallimenti, soprattutto personali, di intere generazioni.

Il “non detto”  porta una persona a ritrovarsi bloccata in parti di se stessa identificate inconsciamente con gli antenati, ma che rifiuta perché collegate ad emozioni negative o a situazioni indesiderabili, con in aggiunta una lealtà familiare invisibile che impedisce di liberarsene.

Alla base oggi di molte crisi nevrotiche di immobilità sociale, c’è il divario tra l’identità acquisita, cioè la nostra origine sociale e la posizione sociale dei nostri genitori, e quella sperata, cioè il posto che sogniamo di occupare. Ad esempio se un bambino da piccolo aveva genitori che erano domestici, o portieri, o contadini, o operai e crescendo li ha visti umiliati o sottoposti ad altri, la sua immagine di famiglia ideale verrà completamente cancellata e di conseguenza se, da adulto ricoprirà una qualsiasi posizione dirigenziale, vivrà presumibilmente all’interno di se stesso un profondo conflitto,  nonostante il progetto parentale volesse  la sua promozione sociale per evitare al figlio le medesime umiliazioni.

Non dimentichiamo che fino a non molto tempo fa la mobilità sociale era molto scarsa e i concetti di continuità e di trasmissione erano iscritti nella struttura della società cosicché era probabile che i figli seguissero le orme dei genitori. Oggi in contrapposizione  si assiste a una crescita dell’individualismo dove l'”io” è divenuto un pesante fardello, perché non si tratta più di inserirsi in una linea familiare per fare quello che facevano i genitori, ma di diventare autonomi, costruirsi e assumersi la responsabilità di se stessi.

La mobilità sociale è ineluttabilmente in crescita, ma l’identità ereditata rimane un fattore sociologico importante per capire la base del destino individuale, la maggiore o minore attitudine o aspirazione a occupare un determinato posto nella società. E ugualmente gli stessi fratelli possono avere destini diversi e occupare posti diversi, anche se provengono dallo stesso clan, perché oltre al determinismo sociale, il romanzo familiare che ognuno di noi assimila, ha una notevole importanza e viene recepito assieme ad altre varianti trans generazionali.

Rifacendoci a un concetto elaborato da Freud che sottolineava come i bambini adottati si costruivano dei fantasmi circa le loro origini, per correggere la realtà, idealizzando la famiglia originaria per sopportare meglio quella di adozione; nel medesimo modo all’interno delle famiglie vengono da generazioni messi in scena i cosidetti “romanzi familiari “, con fiabe piene di bambini in cerca di origini, in genere nobili, che tracciano scenari senza nessuna oggettività. E se da un lato, in particolari contesti di ricorrenze e feste familiari, dove la dimensione del racconto si mescola a quella inconscia con lo scopo di trasmettere o nascondere verità scomode alle nuove generazioni, spuntano nelle conversazioni familiari racconti quali “Un tempo eravamo molto ricchi, poi le cose sono andate male….”, dall’altro i veri segreti di famiglia che bussano prepotentemente alla memoria del clan, hanno un peso enorme.

Portare con sé il fantasma di una diversa origine sociale è più diffuso in alcune classi che in altre, per questo nel romanzo familiare lo scenario più comune è la ricerca di un’origine familiare prestigiosa, dato che avere una posizione sociale più elevata apre spesso delle prospettive liberanti, ma acquisisce anche una forte ambivalenza perché nasconde un risentimento, un senso di vergogna, un desiderio di vendetta, o addirittura un odio di classe inconfessato, che attraversa varie generazioni.

Il legame tra sociale e affettivo è una delle forze motrici del conflitto e della nevrosi. E non è mai una semplice ripetizione, perché ciò che si ripete da una generazione all’altra sono le contraddizioni o i conflitti  irrisolti dei genitori, ma non si ripetono mai allo stesso modo perché lo scenario cambia, il contesto sociale cambia ed il lavoro dell’ individuo sulla sua storia è cambiato. Qualsiasi segreto condiziona comunque ogni tipo di scelta, anche quelle affettive. E anche se in apparenza i protagonisti vivono una storia d’amore, la spinta può arrivare dalle rispettive famiglie. Non è un caso il proverbio che cita “donne e buoi dei paesi tuoi”.

La scelta di un partner è nello stesso tempo affettiva, sessuale e sociale. Se al “cuor non si comanda”, la ragione però sa benissimo la posizione sociale della persona verso il quale il cuore batte. E in un matrimonio le differenze di classe sono terribili, ma le possibilità sono molteplici, perché una famiglia è sempre formata da due linee di discendenza che derivano da altre quattro, e inoltre la famiglia non è stabile. Con ogni generazione si riproduce ma anche si trasforma. È il figlio che crea la famiglia, non la coppia. E siccome riceviamo questa eredità alla nascita, se i genitori hanno interiorizzato un sentimento di vergogna legato a umiliazioni e non sono riusciti a liberarsene, il figlio ne verrà marchiato, ma non sarà condannato a ripetere quel sentimento.

La vergogna è sempre indissociabile dal segreto di famiglia e così i discendenti continuano da una parte a mantenerlo per lealtà, mentre dall’altra sentono il bisogno di liberarsene per alleggerire la carica affettiva legata al disonore e alla colpa. Eppure c’è una differenza tra colpa e vergogna, la prima é legata a qualcosa di proibito che facciamo, la seconda è legata a qualcosa che siamo ed ha una impronta fortemente narcisistica e altrettanto fortemente sociale.

Liberarsi dai sensi di inesattezza legati alle nevrosi di classe è comunque possibile perché qualsiasi conflitto si trasforma in nevrosi solo se non viene risolto. L’individuo ha sempre una parte di libertà e può diventare qualcosa di diverso da quello che avrebbe dovuto diventare, perché i determinismi sociali non funzionano meccanicamente e quello che noi definiamo “il nostro romanzo familiare”, se lo leggiamo, è qualcosa che ci può condizionare solo a metà.

Grazie

Elisabetta Adele

elisabetta.ziliotto@yahoo.it

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Per saperne di più 

V. de Gauléjac La nevrose de classe Hommes et Group, Paris 1987

V. de Gauléjac L’histoire en héritag Desclée de Brouwer, Paris 1999

J.E. Young, J.S. Klosko Reinventa la tua vita, Mondolibri, Milano 2005

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Elisabetta Adele Ziliotto

 

Finalmente Soli!

Pensavi di essere da solo/a nell’intimità della tua camera da letto?

Ti piacerebbe!

Spesso non è così.

A una seconda “vista”, a parte i figli che ogni tanto si infilano a dormire (e non è sempre un caso), possiamo incontrare le ombre degli ex e delle ex, quelle dei nostri genitori e addirittura dei nostri avi.

Le loro programmazioni, il loro vissuto da noi giudicato, i loro debiti o crediti nella coppia, vivono in noi in modo più o meno consapevole.

Di rado “l’alcova” è un fatto privato: sono con noi tutti coloro con cui esiste una sorta di conto in sospeso, coloro da cui non ci siamo mai separati mai completamente a livello profondo.

“Sei violento come tuo nonno!” “Sei una vittima come tua madre”

“Il sesso è sporco, lo diceva sempre mia nonna!”. Un compagno mai dimenticato, un tradimento mai metabolizzato, o il nostro essere cocco di mamma o cocca di papà!

E chi più ne ha più ne metta!

Osservando e includendo interiormente nel sistema con amore queste persone della nostra vita, dando dignità alla loro vita così com’è stata e, parlando di genitori e avi, rispettando il loro vissuto di coppia, perché unico e non giudicabile, potremo giungere al sospirato:

“finalmente soli!”

Buona giornata!

Sara Maite Girardi

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Tutto si muove

Tutto si muove.

Nulla è uguale a se stesso per più di un istante.

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Sara Maite Girardi

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Fantasmi e angeli nel paese degli antenati

“Finché non saprai come morire e poi rinascere, rimarrai un viaggiatore infelice su questa terra oscura” (Goethe).

Nel rapporto con la morte hanno origine le nostre angosce che spesso ci colgono di sorpresa, ed è difficoltoso vedere di primo acchito, che sono il sintomo di un viaggio interrotto verso i regni dell’invisibilità; un mondo dove però è segretamente custodito il nostro potere creativo e la nostra possibilità di essere liberi e realizzati.

Il regno di Ade è la dimensione dell’invisibilità, è l’universo dell’anima, degli avi, dei sogni, delle possibilità non ancora esplorate. Ade non è solo la fine di qualcosa ma anche ciò verso cui la vita tende, il senso profondo della nostra missione nel mondo.

Come nel Faust, il mercuriale Mefistofele proclama così il segreto della vita e della creazione: ” Formarsi, trasformarsi, eterno giuoco dell’eterno senno“. Analogamente nel mito del Ritorno dal Paradiso, gli indiani Navajo parlano degli eroi ancestrali come di esseri che discendono dal cieli e si trasformano in umani e animali, per poi risalire nuovamente in cielo e ritornare ancora sulla Terra per materializzarsi in forme riconoscibili.

Un eterno processo di trasformazione tra l’ umano e il divino. Un procedimento simile al modo in cui il materiale genetico contenuto nel DNA viene rilasciato da una cellula per poi essere incorporato in un’altra.

Eppure i meccanismi psicologici di questi processi di trasformazione sono spesso tormentosi e le societá, e prima ancora i condizionamenti religiosi, hanno creato terreno fertile a vulnerabilità, perdita, rabbia, depressione e ansia, trasformando il passaggio a una vita rinnovata, in uno spaventoso e sconosciuto passaggio oscuro.

Nel XIX secolo, grazie all’ oscurantismo  modernista, il corpo umano e il sesso sono stati letteralmente torturati sotto l’impero di un’alleanza tra clero, medici e madri di una borghesia di stampo cattolico, che ha causato due patologie di massa: l’isteria femminile (la vergine Maria) e il feticismo maschile (le case chiuse). Ed è in questo contesto di caos peculiare dell’Occidente, che è nata la psicanalisi di Freud che analizzava l’umanità spezzandola in due, la mamma e la puttana; dimenticando così il modo in cui si trasmette la “malattia degli antenati”.

Ecco che però ad un tratto fa capolino la parola “fantasma”, un vocabolo che riflette tutta l’attrazione e la paura atavica dell’uomo verso la morte. I sentimenti per una persona scivolano nell’ inconscio con la sua perdita terrena, che appare come personificazione di una energia vitale che subisce un processo di conflitto o di integrazione, comunque di cambiamento, e che ci lascia del tutto spaesati.

Interessante è il concetto di “fantasma” elaborato tra gli anni ’50 e ’70 dello scorso secolo, dagli psicanalisti  della scuola francese, Nicolas Abraham e Maria Torok, che avevano constatato, con un approccio estremamente rigoroso di conoscenza del linguaggio, del corpo e delle risonanze transgenerazionali,  come il fantasma si trasmetta di generazione in generazione, riprendendo il taoismo cinese che misura il destino in un lasso di nove generazioni, e la Bibbia in sei o sette, arco di tempo in cui le “colpe dei padri ricadranno sui figli”. Superando in questo Freud che aveva deciso di ignorare addirittura i nonni.

Freud che era un neurologo, non uno psichiatra, qualcosa di transgenerazionale lo aveva intuito, ma in seguito proprio per vivessitudini legate al suo albero familiare, rispose all’amica Lou Andréas-Salomé quando lo interrogò al proposito: “Mi auguro di non dovermi mai occupare di questi casi durante la mia vita!”.

Questo ha impedito a generazioni di terapeuti di comprendere che il bambino non può strutturarsi in modo armonico se non sa di essere uscito dai testicoli del padre.

E pur tuttavia il pensiero cinese, amerindio, africano e degli aborigeni australiani è da sempre aperto al transgenerazionale e fa del rapporto con gli antenati e della sessualità, una delle basi dell’individuo.

Questo è dimostrato dal fatto che non possiamo vivere senza un sistema di rappresentazione della morte indissociabile dalla sessualità e preoccupandoci che i nostri morti continuino tranquillamente il loro viaggio, dobbiamo e possiamo compiere un lavoro di igiene mentale, sia nell’interesse del defunto, che di chi gli sopravvive, dato che ognuno di noi è paralizzato da lutti e patologie ancestrali.

Anche lo psicanalista e agopuntore francese Didier Dumas che, con una visione singolare, si riallacciava alle antiche tradizioni sciamaniche in cui la sintesi di fruizione e compassione trasformano l’accecamento della sofferenza ancestrale in un trampolino di lancio verso la conoscenza è l’amore, affermava che il non pensato transgenerazionale, che appunto prende il nome di fantasma, è causa di danni considerevoli ai discendenti e nasconde essenzialmente delle problematiche di sesso e morte. Così scriveva: “Credo che sia essenziale capire che proveniamo da una società che è divenuta sempre più malata dove abbiamo confuso la conoscenza scientifica con Dio e ci siamo considerati dei maestri, che dotati dell’arma della scienza, abbiamo preso il potere di decidere e dominare tutto”.

La concezione freudiana,  pur affrontando eros e thanatos, si differenziava proprio nel rapporto con gli antenati, ed evitando la morte e interessandosi principalmente al lutto, non definiva nè l’inconscio collettivo, nè il “conscio collettivo”, non valutando la psiche familiare come un’entità che si comporta allo stesso modo della psiche dell’individuo.

Eppure la psicanalisi transgenerazionale era già stata magistralmente tratteggiata nella Bibbia, dove il ruolo dei patriarchi è quello di trasmettere, senza deteriorarlo, il soffio divino affidato ad Adamo. E questo soffio è la parola: se manca questa, la colpa e il peccato si trasmettono in modo simile al fantasma.

La matrice del nostro corpo è ovviamente l’utero materno, ma quella delle nostre strutture psichiche è l’insieme delle attività mentali, consce ed inconsce, espresse e non espresse; le parole e i fantasmi che hanno determinato l’incontro di due cellule producendo un embrione.

È quindi l’essere umano che, potendo immaginarsi e rappresentarsi un tempo in cui esisteva già prima della nascita, nel vissuto e nel linguaggio dei genitori, penserà di continuare ad esistere dopo la morte, proprio nel linguaggio.

Qualunque disturbo può essere causato dall’impossibilità  dei morti di essere liberati dai loro traumi, tanto i dolori quanto le illusioni. Il fantasma indicherebbe così quella formazione dell’inconscio che ha la particolarità di non essere mai stata cosciente e di risultare dal passaggio dall’inconscio di un antenato a quello di un discendente. Nella storia familiare i discendenti diventerebbero portatori di una tomba dove resta seppellito, come un morto-vivente, il segreto di un fatto inconfessabile.

Come risulta dai numerosi lavori e studi di Abraham prima e di Dumas poi, il fantasma è sempre un evento traumatico, una struttura emotiva familiare o collettiva, collegato al sesso o alla morte, molto raramente ad altro, che prima ancora di essere qualcosa che si trasmette al bambino, è un oggetto della struttura familiare.

Grazie

Elisabetta Adele 

elisabetta.ziliotto@yahoo.it

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Per saperne di più

J. L. Henderson-D. N. Sherwood Trasformation of the Psyche the Symbolic Alchemy of the Splendore Solis, NY  2003

D. Dumas Et l’enfant créa le pére, Hachette Littératures, Paris 2000

N. Abraham, M.Torok La scorza e il nocciolo, Borla 1993

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Elisabetta Adele Ziliotto