Il mondo onirico dove i miti si riflettono

“Finché non saprai come morire e poi rinascere, rimarrai un viaggiatore infelice su questa terra oscura”  Johann Wolfgang von Goethe

In quasi tutte le religioni si dice che l’uomo davanti al mondo incontra solo illusione, parvenza: egli vede soltanto l’immagine morta dello spirito. Tale perdita di contatto con lo spirituale si è originata dalla necessità di fondare nell’uomo un essere che divenisse capace di scendere, sino al più basso gradino della materia, per sprofondare nell’illusione, dandogli così modo di destarsi dalla condizione di caduta, stimolandolo a spingersi volontariamente verso una ricerca della reale e vera condizione dell’esistenza. Se egli non fosse caduto dalla condizione primordiale, non avrebbe mai potuto giungere a conseguire una facoltà autonoma di ricongiungimento con lo spirituale, arricchito della capacità dell’autocoscienza.

Nel rapporto con la morte hanno origine le nostre angosce che spesso ci colgono di sorpresa, ed è difficoltoso vedere di primo acchito, che sono il sintomo di un viaggio interrotto verso i regni dell’ invisibilità; un mondo dove è segretamente custodito il nostro potere creativo e la nostra possibilità di essere liberi e realizzati. Il regno di Ade è la dimensione dell’ invisibilità, è l’universo dell’anima, degli avi, dei sogni, delle possibilità non ancora esplorate. Ade non è solo la fine di qualcosa, ma anche ciò verso cui la vita tende, il senso profondo della nostra missione nel mondo. E’ il segreto della vita e della creazione, è il Ritorno al Paradiso, agli eroi ancestrali, agli esseri che discendono dal cieli e si trasformano in umani e animali, per poi risalire nuovamente in cielo e ritornare ancora sulla Terra, per materializzarsi in forme riconoscibili. Un eterno processo di trasformazione tra l’umano e il divino. Un procedimento simile al modo in cui il materiale genetico contenuto nel DNA, viene rilasciato da una cellula per poi essere incorporato in un’altra. Eppure i meccanismi psicologici di questi processi di trasformazione sono spesso tormentosi e le società, e prima ancora i condizionamenti religiosi, hanno creato terreno fertile a vulnerabilità, perdita, rabbia, depressione e ansia, trasformando l’aperura a una vita rinnovata, in uno spaventoso e sconosciuto passaggio oscuro.

Il pensiero cinese, amerindio, africano e degli aborigeni australiani, è da sempre aperto al trans-generazionale, probabilmente perché il rapporto con gli antenati e con la sessualità è una delle basi dell’individuo. Il bambino non può strutturarsi in modo armonico se non sa di essere uscito, ancor prima che dai testicoli del padre, dal Soffio Divino. Questo è dimostrato dal fatto che non possiamo vivere senza un sistema di rappresentazioni della morte e della vita, indissociabili dalla sessualità, che però ci paralizzano e si perpetuano in lutti e patologie ancestrali, mai risolte.

Già magistralmente tratteggiata nella Bibbia, dove il ruolo dei patriarchi era quello di trasmettere, senza deteriorarlo, il Soffio Divino affidato ad Adamo, si può leggere come questo alito non sia altro che la Parola. L’essere umano potendo immaginarsi e rappresentarsi in un tempo in cui esisteva già prima della nascita, nel vissuto e nel linguaggio dei genitori, penserà di continuare ad esistere dopo la morte, proprio nel linguaggio.

La matrice del nostro corpo è ovviamente l’utero materno, ma quella delle nostre strutture psichiche è l’insieme delle attività mentali, consce ed inconsce, espresse e non espresse; le parole e i fantasmi che hanno determinato l’incontro di due cellule producendo un embrione. E questo divenuto feto e poi essere umano si identificherà, fin da piccolo, con la mitologia della cultura dalla quale proviene, che giocherà un ruolo fondamentale nella sua costruzione mentale, offrendo risposte a domande sulla morte e sull’aldilà. L’apparizione di ognuno di noi come essere umano stabilisce quindi delle frontiere tra l’Universo dove viviamo e quello dei nostri antenati, radicando il quadro cosmologico nel quale dobbiamo costruirci e dare un senso alla nostra vita. Questa mitologia segna dunque, tanto il nostro sistema di rappresentazioni, quanto la costruzione dei nostri ideali. Presente in tutte le culture, solo nella nostra si sovrappone ad una “mitologia scientifica”: quella delle immagini attraverso le quali la scienza ci presenta l’Universo. Ma come quest’ultima non pretende di sapere dove nasce la vita né perché la morte esiste, la mitologia biblica resta spesso il solo riferimento con la quale i genitori possono rispondere alle domande dei bambini sui misteri del vivere, del generare e della morte. 

Il ruolo che gioca quindi obbligatoriamente la mitologia della cultura dei genitori nella costruzione di ogni essere umano, riprende un modello di elaborazione che in ogni tempo è stato quello religioso, e più precisamente quello dei confessori, dei direttori di coscienza e degli esorcisti, che si prendevano carico dell’anima. Sono interventi non solo che risalgono ai druidi, agli sciamani, ai mistagoghi Greci, ai preti di religioni bibliche, ai clinici dell’anima ma, in tutte le epoche e in tutte le civiltà, sono state loro appannaggio per giustificare e manipolare potere. Ecco perché non possiamo dare il colpo di grazia alle nostre radici bibliche e camuffarle esclusivamente sotto una patina scientifica. Che la psicanalisi lo riconosca o che la offenda, non cambia nulla, perché anche nelle sue più recenti elaborazioni, le civiltà in questo Libro sono pressoché totali. Ad esempio, nella concezione dei primi bambini di Adamo ed Eva , usando un termine dello psicanalista francese Jacques Lacan, ‘la preclusione del Nome del Padre’, nella condanna di Caino e nella storia di Noè e dei suoi figli, viene identificata la teoria trans-generazionale della costituzione delle classi sociali. Mostrando così che il sapere attuale della psicanalisi è già incontestabilmente scritto nella Bibbia da più millenni, anche se questo può scioccare chi, in termini materialisti o religiosi, afferma che la psicanalisi e la spiritualità sono dei campi inconciliabili. Ma oramai sembra quasi assurdo che l’analisi della psiche pretenda, nella nostra cultura, aderire a questa separazione. Lo spirituale è ciò che si prende carico dello spirito nella sua costruzione, nella sua evoluzione e nel suo divenire, e se la psicanalisi non si occupa di questo, crea un plagio radicale del pensiero religioso. Tanto più che generazioni e generazioni di studiosi o di semplici persone, hanno fin da piccoli, iniziato a leggere e scrivere con la Bibbia.

Ogni popolo, ogni cultura possiede un timore soggettivo del mondo che gli è proprio e dove i suoi miti si riflettono. E infatti come negare, nella costruzione mentale del bambino, il ruolo giocato dalle leggende della cultura dei suoi genitori, che ignorano la lingua più infantile del pensiero? Nelle strutture collettive dello spirito, i miti testimoniano le rappresentazioni comuni a un insieme di uomini e sono quindi indispensabili nella comprensione spirituale di ciò che sono i fantasmi e i sogni. Queste raffigurazioni sono involucri protettivi dove le “pelli culturali” collettive, che differiscono da una società all’altra, ricoprono i corpi nella stessa maniera in cui il colore della pelle differisce da continente a continente. I fantasmi scaturendo, come i sogni, da una attività mentale che, associando le sensazioni corporali non alle parole ma alle rappresentazioni, dimostrano la persistenza del pensiero per figure, proprio dei primi tre anni di vita. Già nel neonato, le immagini mentali costituiscono, in effetti, il tessuto più importante del pensiero. Verso i tre anni, quando il bambino inizia a pronunciare delle frasi, l’acquisizione delle parole reprime il ruolo preponderante che avevano giocato le immagini, e queste si mettono al servizio della lingua. Esse possono servire allora a combinare le mancanze delle parole, come ad esempio succedeva a me, quando da piccola dicevo : “Mi manca l’aria!”. E di fatto prende vita un’immagine, una metafora, che rende l’idea di una sensazione per la quale non c’è alcuna parola precisa. Ecco come si formano, già nell’infanzia, i fantasmi. Non si costruiscono con ciò che i genitori dicono, ma si costituiscono per rimediare a quello che non possono o osano dire, creando così immagini che sostituiscono l’informazione che non hanno saputo dare al figlioletto. Anche con i miti la funzione è simile, perché essi stessi sono veri e propri libri di immagini che, con installazioni e rappresentazioni sui misteri più profondi della vita, fioriscono dove il sapere, la scienza, la tecnologia e l’intelligenza umana, cozzano e si arrendono ai propri limiti. Ai nostri occhi il mito arriva a colmare le lacune dall’inconoscibile e diventa palliativo per l’angoscia di non sapere da dove si viene o dove va l’Umanità. Miti, fantasmi e sogni hanno dunque in comune la capacità di esprimersi in una lingua più ricca di parole, fatta d’immagini, di metafore e di simboli. Sicuramente meno esplicita del verbale che la racconta, ma più ricca, più immediata o più profonda. Questo perché le immagini fantasmatiche prima e quelle mitologiche della conoscenza umana poi, riempiono i “buchi” della lingua famigliare nella quale il bambino si è costituito nella lingua collettiva. Che si tratti di Dio che separa Adamo in due per estrarre Eva dal suo corpo e dargli una compagna a sua somiglianza, o che si tratti di Noè che si imbarca con tutta la fauna in un’Arca, a forma di tempio, per salvare l’umanità in pericolo, o ancora che si tratti di uomini partiti alla conquista del Cielo con la costruzione della torre di Babele, le immagini mitologiche sono effettivamente assimilabili a produzioni oniriche. Esse sono prodotti di processi mentali che sono gli stessi dei sogni. E devono necessariamente essere analizzate alla stessa maniera. E anche se a volte i sogni possono apparire assurdi, nondimeno le loro immagini sono portatrici di un sapere inconscio, che è quello che ha lo scopo di riportare allo stato di coscienza. Le immagini mitologiche ne sono altrettanto ricche, anche se spesso questa conoscenza è stato occultata e celata ai popoli dove è nata, i miti sono riusciti sempre a trascendere i limiti del tempo. La loro forza, la loro potenza e la loro eterna freschezza arrivano da là. Ciò spiega come si possono leggere e rileggere, commentare e rispiegare ad ogni generazione. E come un sogno non è mai esaustivo, nella medesima maniera non lo è nemmeno un mito.

Grazie
Elisabetta Adele 
Immagini di proprietà del web
Per saperne di più
tratto dal libro di
Elisabetta Adele Maria Ziliotto La Medicina dimenticata del Soffio Divino. Verità celate nella Numerologia biblica e password dell’Anima    Ani 7778 Padova 2018
per chi fosse interessato all’acquisto del libro
Elisabetta Ziliotto
cell. 347 5545941
mail: elisabetta.ziliotto@yahoo.it
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Elisabetta Adele Ziliotto 

 

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