Tu, natura, sei la mia dea; alle tue leggi si legano i miei servizi (Carl Friedrich Gauss)

In questi anni ecologia, la parola coniata dal naturalista tedesco Ernst Haeckel nel 1866, per definire la scienza dei rapporti degli organismi con il mondo circostante, è diventata una parola contenitore per ogni genere di “prodotti” e si trova spesso ad accompagnarsi a limite e costrizione, invece che a benessere e piacere.

Eppure noi siamo cresciuti, come specie, in Unione completa e simbiotica con quella che ora definiamo Natura. Non ne eravamo staccati, ma una parte, un elemento e nemmeno il più importante, come poi ci siamo abituati a pensare.

Ogni nostro gesto, ogni azione, ogni parola era in risonanza e in connessione con il resto dell’ Universo. E il nostro universo per migliaia e migliaia di anni, era formato da rocce, fonti, alberi, foreste, praterie.

Ma quando abbiamo dato inizio al cambiamento, e come soprattutto noi occidentali siamo arrivati a considerare il mondo una riserva di materiale a nostra disposizione? Chi ci ha dato il permesso?

È necessario prima di tutto iniziare a parlare di un mondo intrinsecamente connesso alla natura dell’uomo e in quanto tale non sostituibile con nulla, perché geneticamente connesso alla nostra specie, al nostro essere biologico e culturale.

Il senso di spaesamento tipico dei nostri tempi deriva dall’abbandono pressoché completo del mondo naturale, senza comprendere il profondo significato che ha invece la parola Natura, dato che affonda le proprie radici nella nostra evoluzione di specie umana e ci offre al contempo una possibilità di soluzione ai problemi peculiari quotidiani.

Storia antica questa che già risale al 4.000 a.C. quando popolazioni guerriere calarono in Europa, sostituendosi alla spiritualità che aveva un segno nella natura nettamente femminile e che veniva definito come “la Dea”. Gli invasori portarono con sé i propri dei guerrieri maschi e anche se il passaggio fu lento, fu inesorabile e la Dea fu “scomposta ” in tante figure femminili secondarie, mogli, amanti, figlie, che ricalcavano in cielo quello che stava avvenendo in terra.

Il resto divenne semplice, perché la maniera migliore per neutralizzare un culto non è di eliminarlo completamente, ma di trasformarlo in qualcos’altro. Così la Dea prima divenne Era, Giunone, Diana e poi nel Cristianesimo Maria, la Madre.

Un passaggio fondamentale si verificò con la nascita dell’idea del Dio unico, maturata in Medio Oriente e codificata nella Bibbia con il passo della Genesi 1,28 “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la Terra, soggiogatela e dominate su pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”. Ecco una delle radici dello scollamento tra uomo e natura: l’uomo non è più parte di essa, ma ne è al di sopra. E tra le azioni compiute in nome poi della Cristianità in primis ci fu quella di eliminare “fisicamente ogni traccia degli antichi culti che si rendevano, alla terra, agli alberi e di distruggere i boschi sacri, in nome di un Disboscamento Mistico.

Lucano e molti altri storici romani, raccontavano di come in Gallia e Bretagna popolazioni celtiche avessero conservato una spiritualità che concepiva la natura come indissolubilmente legata all’uomo e trovasse nei boschi, nelle pietre e nelle fonti, i luoghi di maggior culto; tanto da narrare di come nei pressi di Marsiglia, nessuno dei soldati di Cesare osasse sferrare il primo colpo di scure contro gli imponenti alberi di un boschetto sacro, fino a quando Cesare stesso, abbattendo una quercia secolare, disse loro: “Ormai nessuno di voi esiti ad abbattere la selva; ritenete il sacrilegio compiuto da me”.

I Romani in Irlanda non vi arrivarono mai, ma molto prima, intorno al 1200 a.C.  i Tuatha De Danaan (il popolo della Dea Dana) che, partiti da Creta e passati da Sardegna (Shar Dana) e Spagna, sbarcarono qui con quattro doni: la lancia, la spada, la pietra e la coppa, simboli della leggenda del Graal che, due millenni più tardi, servì a tramandare in maniera simbolica e occulta, il culto della Dea, una dea che non va intesa come un doppio femminile del “Dio”, al quale ci hanno abituati da millenni, ma come un’unione spirituale e simbiotica con la Natura e il suo abbraccio arcaico e futuribile, costituisce il nostro ambiente ideale, nel quale cresciamo, quello che ci dà il meglio, quello che ci può restituire, dopo millenni, il senso del sacro.

Grazie

Elisabetta Adele

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più 

Robert Graves La Dea bianca Adelphi, Milano 1992

Charleston Squire Miti e leggende dell’ antico popolo celtico Mondadori, Milano 1999

Marija Gimbutas Il linguaggio della Dea Neri Pozza, Venezia 1990

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Elisabetta Adele Ziliotto

 

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