L’uomo tra patria ed esilio

 

La mia patria è nella mia sete d’amore” (PierPaolo Pasolini)

L’uomo è nel mezzo tra patria ed esilio e non esiste paese natio che possa soddisfare appieno il suo desiderio di patria: abbiamo tutti sempre nostalgia di qualcosa che ci faccia provare un’intimità, una sicurezza e un amore assoluti. La patria ha a che fare con le esperienze infantili, con la nostra entrata nel mondo, e sono davvero pochi quelli che, interrogati, non parlano del luogo dove sono nati e cresciuti e dove hanno trascorso almeno una parte considerevole dell’infanzia. La patria in questo senso va vista come il luogo in cui, inizialmente, usciti dall’utero s’incontra il mondo esterno. La famiglia-patria come il luogo delle esperienze primarie ha quindi il sapore di un paradiso perduto.

Frontiere, emigrazione, esilio, radici. “Non c’è nazione che mi reclami”, scrive Samira Negrouche, e nelle sue pagine si mescolano immagini di metropoli occidentali e deserti africani – “la periferia è un frastuono di dune”: qui l’immaginazione lavora al confine
fra i luoghi della prima infanzia e quelli di età adulta, si nutre della loro mescolanza, producendo innesti familiari sorprendenti, e significativi cortocircuiti.

L’archetipo dell’esule è carico di ambivalenza. Separato, lontano dal luogo dell’innocenza perduta, in uno spazio lontano dalla famiglia, immaginaria condizione paradisiaca, diventa territorio di sofferenza, di catarsi che spingono a fuggire via.
Per tentare una risposta occorre partire da molto lontano. Partire dalla crisi di quell’orizzonte di valori, quella rete di certezze metafisiche, religiose, morali, quelle “grandi narrazioni”, spesso silenti e cariche di segreti, che caratterizzano la “famiglia” e che trasmettono mali fisici e dell’anima, che sempre più necessitano essere visti e guariti. Riannodare lo strappo di quell’unica, salda radice che ci lega a un territorio-utero dove abbiamo scelto di nascere.

Ricordare il taglio del cordone ombelicale, la prima simbolica “radice” ad essere recisa,  doloroso eppure carico di speranza e futuro. Una visione occidentale traumatica la nostra perchè  di appartenenza stretta a un territorio o a uno spirito di matrice cristiana. A differenza di altre culture come quella ebraica, fondata sul mito dell’erranza interminabile, dell’esodo, del vagare portando con sé le proprie inquiete radici, noi non abbiamo un Abramo che abbandona patria, casa, greggi, diretto chissà dove. Il nostro Ulisse compie un viaggio lungo, avventuroso, per poi fare ritorno alle radici, per ritrovare casa, patria, isola.

Per noi l’erranza è solo una fase iniziatica per riapprodare sul suolo solido dell’appartenenza, fortificati della lotta. Perchè la distanza dal luogo di origine, il taglio delle radici, il rifiuto di un’appartenenza sicura non è altro che una sfida. Perché “il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima
umana” ed è uno dei più difficili da definire. Un essere umano ha una radice grazie alla sua partecipazione reale, attiva, naturale all’esistenza di una collettività familiare.

Tagliare le radici, significa recidere un legame vitale, perchè la casa è una delle incarnazioni della propria dimora. La nostra prima casa è il grembo materno con i suoi misteri dove già sono depositati i riti sacri delle relazioni familiari e della collettività alla quale apparteniamo, l’unione tra i nostri genitori ma anche la solitudine e la nudità.

Tutto ci riporta a questa prima patria, a questa esperienza di centro vitale,  e possiamo rimanere bloccati al suo interno o possiamo confinarci per scelta; ed è per questo che possiamo decidere che un taglio, o un distacco sono necessari, ma lo sradicamento non elaborato ci conferisce la più perfetta delle radici.

Fuggire verso una “terra di nessuno”, vivere lo “strappo” delle radici, talvolta “recise” con un taglio netto, pronti ad accettare l’essere stranieri all’interno anche del proprio nucleo originario. Non si può risolvere il conflitto tra bisogno di fedeltà e desiderio di tradimento, occorre accettarlo. Si resta presi in questo duplice movimento, l’attrazione/resistenza verso il luogo d’origine. Il bisogno di appartenere, far ritorno alle radici, ricercare l’origine e al tempo stesso il desiderio di andare, partire verso il mondo, volgersi al futuro.

Ecco quindi che l’esilio, l’esperienza dell’altrove, anche se ci appare dunque necessaria, acquista una condizione di marginalità, e può trasformarsi da confine in soglia, solo la linea di demarcazione fra spazi diversi, diventa anche luogo dove si genera il mutamento e sorgono nuovi significati. Confine dunque come sorgente di senso, possibilità di uno sguardo nuovo per lo sviluppo del Sè.

L’allontanamento non è più esilio ma frontiera, è un’esperienza che produce conoscenza, getta una luce inedita sulle cose, una luce aurorale che prelude alla metamorfosi. E’ un regalo ai posteri perchè recuperare chi è rimasto fuori, ai margini, anche se esperienza scandalosa e dolorosa, è una frattura da ricomporre, una ferita da rimarginare.

“Il ritorno è una possibilità pressoché impossibile. Se un ritornare sarà fatto, sarà tramite la memoria alla ricerca di un paesaggio dell’anima”. La memoria dell’anima che resterà la “sola zolla possibile” dove affondare radici. Non c’è ritorno possibile, recupero del passato nel suo antico splendore, se non attraverso il viaggio sofferto e difficile dentro il “non detto familiare” che riconduca alla “terra dimenticata”, la “terra d’oblio”, dove ogni sogno di ritorno resta/natomorto fino a quando non gli diamo voce. L’ unico ritorno possibile avviene dunque grazie alla memoria. Il ricordo, col suo lavorìo di trasfigurazione e di ri-creazione, non è che il riconoscimento della malinconia dell’esilio.

Oggi è possibile parlare di radici doppie, o molteplici, che si nutrono di mescolanza e ibridazione fra nuclei che portano nella memoria sempre più spesso civiltà e culture diverse, lingue e dialetti diversi tra loro. Non si tratta solo di radici biologiche, ma anche di radici simboliche, radici di senso. Se è vero che non esiste una mappa che possa ricondurci verso il luogo “originario”, alla quale brama la nostra anima immortale che non è totalmente di questa terra , è possibile però riacquistare una mappa attraverso conversazioni, indagini sociogenogramma,  intorno a una lista dimenticata di irrecuperabili aspetti di sé e delle proprie radici.

Le ferite, le cicatrici, si rivelano una porta. E proprio la perdita, lo “stato di orfanità”, la mancanza di riparo, aprono una nuova dimensione conoscitiva, fanno emergere un nucleo di necessità: mantengono in uno stato di vigilanza estrema, di allerta, spingono a ripensare di continuo la propria storia – per rimetterne insieme i brandelli, per ricucirne gli strappi.

Dunque la patria da abitare non sarà più avvertita dall’inconscio come un luogo con precise coordinate geografiche, ma solo un luogo della mente. Sarà casa la parola poetica capace di creare nuovi mondi, di dischiudere nuovi orizzonti. Sarà l’abitazione più autentica, quella che consente di raccogliersi nell’essenziale, di dimorare al sicuro, recuperando le radici e sanando i vissuti familiari. Sarà dimora di una rete di relazioni da ri-costruire,  che possono dunque restituire la famiglia al suo ruolo privilegiato, farne davvero un “crocevia di genti”, dove non si è più stranieri, ma dove pur convivendo drammi e gioie, si può essere se stessi e diventare ciò che si desidera, perchè le radici ora possono affondare in un terreno buono e materno e stimolare alla prefigurazione di una nuova realtà.

Può accadere, è accaduto, si deve lavorare perché accada ancora!

Grazie

Elisabetta Adele

Immagini di proprietà del web

Per saperne di più 

Pier Paolo Pasolini Dov’è la mia patria Accademiuta 1949

Samira Negrouche L’ opéra cosmica Algieri 2003

Carl G. Jung Gli archetipi dell’inconscio collettivo Bollati Boringhieri 1977

Edward W. Said Riflessioni sull’esilio Granta 1984

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